Violenze impunite contro le donne

 Violenze impunite contro le donne |

CORPI VIOLATI, VOLONTÀ DISTRUTTE

In occasione dell’8 marzo, giornata internazionale delle donne, ha pubblicato un raccapricciante rapporto sulla violenza contro di loro, di cui pubblichiamo alcuni estratti. Se ne traggono due lezioni fondamentali: primo, i maltrattamenti avvengono soprattutto all’interno della famiglia; secondo, i governi sono poco determinati a proteggere le vittime e punire i colpevoli.
Quando è tornata piangeva. Ci ha detto di essere stata stuprata da tre o quattro soldati. Ha pianto a lungo. Ci ha chiesto perché mentivamo, tanto sapeva che era successo anche a noi». Una donna di Suva Reka, Kosovo, 1999 (1). «Mi misero una spugna bagnata sotto il collo e mi stesero su un tavolo.
Per ore mi torturarono con scariche elettriche… Poi mi spostarono su un altro tavolo… E portarono un bastone. Mi dissero: “Inginocchiati”.
E mi inserirono lentamente il bastone nell’ano. Poi, bruscamente, con uno spintone, mi obbligarono a mettermi seduta sul bastone. Cominciai a sanguinare… uno di loro si avvicinò, si allungò su di me e mi violentò». Gli ufficiali della polizia turca, sospettati di aver torturato Zeynep Avei, alla fine del 1996, non sono mai stati incriminati.
Quando aveva quindici anni, i genitori di G. la diedero in sposa ad un vicino in cambio del suo aiuto nel pagare un’ipoteca sulla loro fattoria. Suo marito la violentava e la picchiava regolarmente, provocandole ferite che doveva farsi curare in ospedale. G. andò per ben due volte a chiedere la protezione della polizia, ma si sentì dire che non potevano fare niente perché si trattava di un problema personale. A vent’anni, fuggì con i suoi due bambini. I genitori e il marito la ritrovarono e fu proprio sua madre a tenerla stesa a terra mentre il marito la picchiava con un bastone. I figli furono presi dal padre e da allora non li ha più rivisti. G. è fuggita negli Stati uniti e ha fatto richiesta di asilo. L’anno scorso, il presidente del servizio immigrazione ha dichiarato al suo avvocato di avere l’intenzione di rimandarla in Salvador.
Una donna di un villaggio europeo devastato dalla guerra, una giovane kurda imprigionata dalla polizia turca, una ragazza centroamericana, madre di due figli, maltrattata e alla ricerca di un rifugio negli Stati uniti. In apparenza, poche cose le uniscono salvo il sesso e la sofferenza: vengono da paesi lontani, da comunità differenti e gli uomini che le hanno aggredite hanno storie molto diverse.
Il legame tra queste situazioni è dato dal fatto che le vittime, tutte donne, sono state seviziate. Hanno dovuto affrontare non solo violenze fisiche, ma anche il silenzio o l’indifferenza ufficiali.
In tutti e tre i casi, gli aguzzini hanno compiuto il loro atto criminale nella più completa impunità. In tutti e tre i casi, lo stato non ha preso le misure minime necessarie per proteggere le donne dalle aggressioni fisiche e sessuali. È allo stato, quindi, che va imputata la responsabilità delle sofferenze subite, indipendentemente dal fatto che l’aggressore sia un soldato, un ufficiale di polizia o un marito brutale.
I supplizi inflitti alle donne affondano le proprie radici in una cultura universale che nega la parità dei diritti e considera legittimo appropriarsi con la forza del corpo femminile per il piacere degli uomini o per fini politici. In questi ultimi decenni, un po’ ovunque nel mondo, molte donne e molti militanti dei hanno lottato con grande coraggio per frenare le violenze e ottenere una maggiore eguaglianza tra i sessi. In molti paesi hanno realizzato progressi importanti e, sul piano internazionale, hanno modificato in modo irreversibile i termini del dibattito sui diritti della persona.
Tuttavia, a dispetto di tutte le conquiste raggiunte nel mondo con l’affermazione dei loro diritti, le donne continuano a guadagnare meno degli uomini, possiedono meno beni e hanno minor accesso all’istruzione, al lavoro e alla . Una discriminazione largamente diffusa continua a rifiutare loro la piena parità politica ed economica.
La violenza si nutre di una discriminazione che contribuisce a perpetuarla.
Che una donna sia martirizzata in carcere, violentata dalle forze armate come «bottino di guerra», segregata in casa col terrore, tutto ciò testimonia di una profonda diseguaglianza nelle relazioni di potere tra i due sessi.
Gli autori degli atti di violenza possono essere di volta in volta ufficiali dello stato o poliziotti, guardie carcerarie o soldati.
Talvolta sono membri di gruppi armati in lotta contro il governo.
Ma la maggior parte delle aggressioni subite dalle donne nella vita quotidiana sono compiute da persone con le quali vivono, cioè membri della famiglia, della comunità o datori di lavoro. Esiste un fascio continuo di violenze degli uomini ai danni di donne su cui esercitano un controllo.
Amnesty International ha denunciato innumerevoli casi di donne torturate in prigione. Seguendo i conflitti armati, l’organizzazione ha denunciato l’abuso sessuale sistematico, usato come arma di guerra. Dal 1997, si occupa delle aggressioni commesse da singoli individui. Reclama una carta dei diritti umani per lottare contro la violenza esercitata sulle donne e sottolinea che, a norma di legge, lo stato ha il dovere di proteggerle dai maltrattamenti, siano essi imputabili a rappresentanti dello stato o a singoli. Ha stilato un rapporto in cui studia le circostanze nelle quali le aggressioni, che avvengano in carcere o a casa, costituiscono sevizie. Come punto focale della sua campagna contro la tortura, Amnesty considera gli stati responsabili di tutte le forme di violenza contro le donne, quale che sia il contesto nel quale vengono commesse e chiunque ne sia l’autore.
«Un dente spezzato in un accesso di collera, una gamba rotta durante una brutale aggressione, una vita spezzata tra grida di terrore nel pieno della notte. La litania fin troppo nota delle violenze coniugali in Kenya è costellata da racconti di questo tipo; un numero impressionante di vittime mutilate e senza risorse; bambini abbandonati che diventano preda della delinquenza; cuori feriti che piangono di vergogna. Siamo costantemente costretti a contare i morti, perché ogni giorno una nuova vittima soccombe alle percosse». Questo è il riassunto di un articolo che è valso al suo autore un premio molto ambito. Raccontare le violenze può portare gratificazioni, ma combatterle richiede tempo, mezzi, fantasia e volontà politica, oltre che un impegno costante.
Ben lontani dal fornire un’adeguata protezione alle donne, gli stati sono conniventi con le violenze, le coprono o le accettano, permettendo che si perpetuino senza ostacolarle.
Ogni anno, la violenza all’interno delle famiglie e delle comunità devasta la vita di milioni di donne. Nel giugno 2000, il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, ha riconosciuto che, a distanza di cinque anni dalla quarta conferenza mondiale delle donne, la violenza, pur dichiarata illegale praticamente ovunque, nei fatti è aumentata notevolmente.
Essa si radica nella discriminazione, e la rafforza. Il fallimento di uno stato nel garantire pari opportunità nell’accesso a istruzione, casa, cibo e lavoro, oltre che ai poteri pubblici, costituisce un altro aspetto della sua responsabilità nei confronti delle violenze subite dalle donne. Una costante discriminazione contribuisce a renderle scarsamente partecipi dei momenti decisionali. Farne ascoltare la voce a tutti i livelli di governo è invece fondamentale per permettere loro di contribuire a scelte politiche che sappiano contrastare le violenze e combattere la discriminazione.
Le donne povere ed emarginate sono particolarmente esposte a torture e maltrattamenti. In molti casi, scelte politiche e comportamenti razzisti e sessisti aggravano la violenza subita e amplificano una vulnerabilità esasperata da norme sociali e culturali che negano la parità dei diritti. Discriminare, negare loro i diritti elementari semplicemente perché sono donne è la regola comune.
«Salvo eccezioni, i rischi più gravi per quanto riguarda l’esposizione alla violenza non provengono da un “pericolo esterno”, ma da maschi conosciuti, spesso uomini della famiglia o mariti… Ciò che colpisce è fino a che punto la situazione è identica in tutto il mondo», conclude un recente studio. La violenza domestica è un fenomeno molto diffuso.
Le cifre possono variare nei diversi paesi, ma le sofferenze e le cause sono identiche.
K. originaria della Repubblica democratica del Congo (ex-Zaire), era sposata con un ufficiale dell’esercito che la maltrattava regolarmente, picchiandola e strattonandola, spesso di fronte ai figli. La violentava in continuazione e le trasmise una sessuale. Minacciò anche di ammazzarla col fucile. Durante una lite, le ruppe un dente, le danneggiò una mascella e la colpì ad un occhio con tale violenza che le dovettero mettere dei punti di sutura e le rimase poi un dolore costante al naso, al collo, alla testa, alla colonna vertebrale, alle anche o ai piedi. K., che alla fine cercò rifugio negli Stati uniti, sostenne che era inutile rivolgersi alla polizia, sia per le relazioni di suo marito con la famiglia al potere, sia perché «in Congo le donne non contano niente». Un giudice americano addetto all’immigrazione, definì «atrocità» le violenze da lei subite, ma respinse la sua richiesta d’asilo, una decisione confermata successivamente dalla corte d’appello.
In passato, la violenza domestica contro le donne era considerata un fatto privato. Oggi, la comunità internazionale l’ha esplicitamente riconosciuta come un problema di responsabilità dello stato.
Secondo stime della Banca mondiale, almeno il 20 % delle donne di tutto il mondo è stata aggredita sessualmente o fisicamente (2).
Fonti ufficiali statunitensi riportano che ogni quindici secondi una donna viene picchiata e 700mila donne sono violentate ogni anno.
Secondo alcune inchieste condotte in India, oltre il 40 % delle donne sposate afferma di essere stata picchiata o aggredita sessualmente perché il marito era scontento della cucina o della pulizia, per gelosia o per altri pretesti di vario tipo. In Kenya, tra il 1998 e il 1999, almeno sessanta donne sono morte di violenza coniugale, mentre in Egitto il 35 % ha affermato di essere stato violentato dal marito. Per milioni di donne, la casa non è un’oasi di pace, ma un luogo di terrore.
La violenza coniugale è una violazione del diritto all’integrità fisica. Può durare anni e intensificarsi nel tempo. Oltre ai danni immediati, può provocare gravi problemi di salute a lungo termine: le ripercussioni fisiche e psicologiche possono cumularsi e perdurare anche dopo che i maltrattamenti sono cessati. Può anche assumere diversi aspetti. Grazie al lavoro di vari gruppi di donne asiatiche, oggi si è molto attenti alla violenza legata a problemi di dote.
Benché nessuno possa indicare con precisione il numero di indiane picchiate, bruciate, maltrattate per questa ragione, il governo indiano ha fornito al riguardo una stima relativa di 6.929 decessi nel 1998.
Tutte le donne, di qualunque classe sociale, razza, ed età, subiscono la violenza degli uomini con cui vivono, ma alcune categorie sono particolarmente vulnerabili: le collaboratrici domestiche e le donne sposate contro la propria volontà. Se lo stato non agisce per prevenire, perseguire e punire simili atti, dai maltrattamenti si può arrivare alla tortura.
Il 22 settembre 1992, Bhanwari Devi, una donna che lavorava in un villaggio in costruzione, impegnata nella lotta contro i matrimoni precoci a cui vengono costretti molti bambini in India, fu violentata, nel villaggio di Bhateri, nel Rajastan, da cinque uomini di una casta superiore. La polizia rifiutò di registrare la sua querela e di procedere a un esame medico. Nel corso di un’inchiesta aperta dal governo a seguito di una massiccia mobilitazione, fu sottoposta ad un interrogatorio spossante ed irregolare. L’inchiesta confermò le sue affermazioni e fu depositata una querela. Il processo iniziò nel novembre 1994.
Nel verdetto emesso nel novembre 1995, la corte asserì che il lungo periodo di tempo trascorso prima di fare registrare la sua querela dalla polizia e ottenere un esame medico provava che la donna aveva inventato tutto. La corte sostenne inoltre che il fatto non poteva essere accaduto, perché uomini di una casta superiore non avrebbero mai violentato una donna di casta inferiore. Gli imputati furono tutti assolti.
Parte integrante della società in cui vivono, i giudici ne riflettono i valori culturali, le norme morali e i pregiudizi. Sapersi muovere fuori dai pregiudizi sarebbe il minimo per un’amministrazione giudiziaria, ma la discriminazione e l’incapacità di analizzare la violenza esercitata contro le donne finiscono per determinare a priori il modo di istruire un processo, decidere e legiferare.
In Italia, nel febbraio 1999, la Corte di Cassazione ha riesaminato un verdetto di corte d’appello in cui un istruttore di scuola guida era stato riconosciuto colpevole dello stupro di una sua allieva di diciotto anni. La Corte suprema, rilevando che la vittima al momento dell’aggressione portava un paio di jeans, ha dichiarato: «Tutti sanno … che i jeans non possono essere sfilati, neanche parzialmente, se non con la collaborazione attiva della persona che li porta…
cosa impossibile se la vittima lotta con tutte le sue forze.» La corte ha ritenuto quindi la donna consenziente e rinviato il caso davanti ad un’altra corte, dichiarando che lo stupro non era provato.

(“LE MONDE” diplomatique – Marzo 2001)


Note:

(1) Il testo è la versione pubblicata del Rapporto di Amnesty International, «Broken bodies, shattered minds. Torture and ill-treatment of women», pubblicato questo mese. È possibile leggere la traduzione italiana sul sito www.amnesty.it.
(2) Sul caso francese, leggere «Nommer et compter les violences envers les femmes», Populations et sociétés, INED, Parigi, n° 364, gennaio 2001.

(Traduzione di G.P.)

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