Traffico d’organi a Kabul

 Traffico d’organi a Kabul |

I bambini le vittime preferite

 

KABUL – Un cuore fruttava dai 25 ai 30 milioni, la metà un rene o una cornea. Centinaia di bambini afgani, di età compresa fra i 4 e i 10 anni, sono stati usati come “pezzi di ricambio” e poi gettati morti per strada o nei fossati. Un maxitraffico di organi umani via Pakistan che ha prosperato per anni all’ombra dei Taliban così fiscali in fatto di barbe, donne e preghiere, ma che non hanno mai mosso un dito per reprimere questo orrore e che hanno addirittura mandato libero un reo confesso che solo lui di ragazzini ne aveva uccisi 60.

Non ci sono cifre ufficiali in materia, non c’è alcuna autorità a cui chiedere conto di questa barbarie, ma c’è la memoria della gente di Kabul, della gente di strada che ha contato i cadaveri, ha visto in faccia gli aguzzini arabi e pachistani per lo più, tutti ricchi e protetti dal regime e ha potuto solo sperare che la stessa sorte non toccasse ai propri figli. Nel più grande ospedale cittadino, Sha Faknà, c’era un reparto offlimits per i locali con personale medico straniero. Così attrezzato e pulito rispetto alla sporcizia e alla precarietà di tutto il resto da sembrare quasi una clinica svizzera. Gli espianti se non addirittura i trapianti, è opinione diffusa, si effettuavano proprio lì.

La materia prima era reperibile per le vie di Kabul, pullulanti di bambini nonostante i divieti degli studenti col mitra. Nel libro delle nefandezze commesse dai seguaci del mullah Omar, quello del umani occupa purtroppo un capitolo di molte pagine. Tante quante sono le storie di chi ha perso un figlio o una figlia. Quella che segue è solo una di queste, non l’ultima purtroppo.

Rhuma aveva 4 anni. Ne avrebbe compiuti 5 in ottobre. Era una bella, vivace bambina, l’unica figlia femmina di Ali Akmad, 40 anni, commesso in una botteguccia di ferramenta al bazar. Martedì 21 agosto 2001, ecco la data che quest’uomo, piccolo, macilento che da allora ha perso il sonno e l’appetito, non dimenticherà mai più. È la data della scomparsa della sua Rhuma. Poco dopo l’ora di pranzo, Rhuma, dopo aver mangiato un po’ di riso, esce in strada Akmad e i suoi vivono nel popoloso quartiere Shasdarak per giocare con gli altri bambini. Lo fa sempre. La madre non si preoccupa più di tanto. Qualche minuto dopo Najib, 18 anni, il fratello più grande, sente una brusca frenata, un pianto disperato e si precipita subito in strada, Rhuma non c’è più e i suoi compagni di gioco muti indicano il gippone che se la sta portando via. Urla a sua volta, Najib: “Papà, l’hanno rapita, rapita”. La strada si affolla di gente, di madri preoccupate. Riscatto, vendetta? Due ipotesi che Ali nemmeno prende in considerazione. Non ha soldi, guadagna solo poche decine di dollari al mese, e non ha mai torto un capello a nessuno. E allora perché?, si chiede senza trovare risposta. Anzi una risposta ce l’ha ma non vuole prenderla in considerazione. Vive ore da incubo facendo mille congetture, passando al setaccio tutta la sua povera vita. Ma niente, non sa spiegarsi perché sia toccato proprio a lui. Due giorni dopo, giovedì, ore 23. Il rombo di un’auto in corsa e qualcosa che va a sbattere quasi contro il loro uscio fa sobbalzare Ali e sua moglie che si precipitano fuori. Per terra c’è un sacco di terra grezza. Dentro c’è quel che resta di Rhuma. Gli assassini l’hanno come sventrata, le hanno portato via il cuore, i reni, un occhio e l’altro le penzola fuori dall’orbita.

Ali e la sua donna stringono per ore quel corpicino piangendo tutte le lacrime che hanno, mentre una tendina viene subito riaccostata nella bella casa di fronte. Quella dove vive l’arabo. Si chiama Yasser, ha poco più di trent’anni, è ricco sfondato. Ha trequattro mogli, servitori e guardie del corpo. Davanti alla sua palazzina stazionano sempre fuoristrada nuovissimi, ha la parabola sul tetto e gira sempre con un satellitare così piccolo che sembra un cellulare. È arrogante e violento, ha già ucciso un amico di Ali per prendersi la sua giovane donna. Traffica ogni genere di cose alla luce del sole e odia i tagiki.

Tutte le volte che incrocia Akmad, che è di quell’etnia, gli urla in faccia il suo disprezzo. Per il solo fatto che sia tagiko crede che sia parente di Massud, il leader dell’Alleanza del Nord, il nemico giurato dei Taliban. “Vi metteremo tutti al muro, compreso il tuo comandante”, lo minaccia. Ali ora non ha quasi più dubbi: Yasser deve sicuramente entrarci con la morte della sua bambina. Se avesse un’arma, Ali non esiterebbe a farlo fuori all’istante, ma non ha che le mani. Bussa alla porta del suo vicino, ma uno dei suoi guardaspalle poco ci manca che lo prenda a fucilate: “È tardi, tagiko, riprova domani”.

L’indomani arriva dal prefetto Njasir. “Hanno ucciso la mia figlia più piccola strappandole cuore, reni, occhi dice so chi è stato, chiedo, anzi pretendo giustizia”. Njasir lo ascolta distrattamente e poi lo licenzia con una minaccia: “Attento, vacci piano con le accuse, capisco il tuo stato d’animo ma stai gettando fango addosso a un galantuomo. Tornatene a casa, vedremo”. Se ne torna a casa Ali e fa l’unica cosa che può fare: spedire lontano gli altri due figli piccoli. E fa bene perché nel suo stesso quartiere, appena una settimana più tardi, un’altra bambina subisce la stessa terribile sorte di Rhuma.

25 novembre 2001

(Di Renato Caprile)

Fonte: Repubblica.it

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