SAGGEZZA: come far buon uso delle religioni (Arista)

 SAGGEZZA: come far buon uso delle religioni (Arista) |
(Aggiornato il: 24 Gennaio 2003)

Il discepolo laico di fronte alla vita

Dobbiamo forse credere che tutti i monaci buddhisti siano uomini che, avendo constatato che la vita è sofferenza, hanno deciso di porre fine al ciclo interminabile di nascite e morti? Non bisogna forse ammettere che, almeno all’inizio, il richiamo alla vita spirituale è intuitivo? In un certo senso, comunque, essi fuggono il mondo e questa fuga forse è necessaria affinché maturi la loro vocazione. È compito dei monaci con più esperienza trasmettere da una parte la Dottrina e dall’altra la disciplina, assicurando così la continuità dell’Ordine.

Il monaco che ha abbandonato il mondo è in grado di capire il discepolo laico che rimane nel mondo?

Attualmente l’insegnamento della Dottrina, soprattutto in occidente, sembra diffondersi più tramite la letteratura che non attraverso la predicazione da monaco a laico; il discepolo, quindi, può raggiungere un certo livello di comprensione della Dottrina.

Per il monaco, dar prova di disciplina è molto importante. Le regole monastiche da osservare sono molte e particolarmente rigide, e non potrebbe rimanere in seno all’Ordine se trasgredisse le regole fondamentali.

Il discepolo laico rimane nel mondo, che è caratterizzato da innumerevoli profferte, di cui alcune assolutamente necessarie e altre superflue.

Come trovare il giusto equilibrio?

Un pover’uomo, osservando un monaco in meditazione, si disse: “Faccio tanta fatica a tirare avanti; se mi facessi monaco non avrei più di che preoccuparmi.” L’uomo, però, non si fece monaco, poiché gli erano rimaste alcune provviste, e teneva molto ad esse.

Un uomo ricco, che pativa, come tutti i ricchi, le sofferenze del ricco, vedendo un monaco in meditazione si disse: “Le mie ricchezze mi danno molte preoccupazioni che, se mi facessi monaco, svanirebbero.” Quest’uomo si fece monaco: aveva abbandonato il proprio attaccamento alle ricchezze.

Che accadrebbe se accettassimo le cose così come si presentano, buone o cattive che siano? Arriveremmo alla saggezza. La saggezza non è una virtù che si sviluppa a nostra insaputa: il Buddha ci indica la via da seguire, ma i progressi che possiamo realizzare dipendono soltanto da noi.

Per vincere gli ostacoli alla saggezza bisogna conoscerli. Numerosi e svariati, essi sono come i personaggi che appaiono sul palcoscenico di un teatro: entrano in scena in un preciso momento e lo spettatore ne scopre la personalità.

Gli ostacoli alla saggezza saranno superati con il discernimento, con l’attenzione, con l’uso corretto, con la sopportazione, con la pazienza, oppure con la fuga.

Tendiamo spesso ad attribuire agli altri la responsabilità delle nostre tribolazioni, mentre si tratta soltanto di una mancanza di discernimento da parte nostra; la mancanza di attenzione è probabilmente l’ostacolo più frequente alla saggezza ed è causa di incidenti a tutti i livelli: fisico, psichico e spirituale. La stessa cosa vale per l’uso smodato delle bevande,  del cibo, del tempo libero, ecc.

L’attenzione è davvero la via principale per giungere alla saggezza.

Quanto all’insofferenza, bisogna dire che non sempre è facile accettare l’ambiente in cui dobbiamo vivere; e’ comunque necessario sviluppare la capacità di sopportazione per superare le prove fisiche e morali della vita.

L’impazienza è la prova più evidente di un io che vuole, che scalpita, che esige, che soffre perché non può soddisfare subito i propri desideri.

Non è forse sensato fuggire le cattive compagnie? La fuga, qualora non danneggi nessuno, e’ spesso prova di saggezza. Il principale ostacolo alla saggezza, però, è l’ignoranza, che può essere superata solo progressivamente seguendo il Sentiero ottuplice.

Quando la nostra mente individua un ostacolo alla saggezza, dobbiamo pensare: “Questo è un ostacolo alla saggezza, condizionato dal desiderio che ho di […]” ed evitando questo condizionamento, l’ostacolo non si ripresenterà perché l’avremo superato.

Tra gli ostacoli di questo tipo va anche annoverata la paura che può assalirci perché può facilmente scaturire dai nostri desideri e attaccamenti, ma anche dagli errori commessi in pensieri, parole e azioni.

Nell’analizzare le nostre paure, dobbiamo tener conto non solo dei nostri errori più grossolani, ma anche dei minimi errori. Chi non riconosce di aver sbagliato è simile a quell’uomo che, dopo aver comprato al mercato delle pulci un piatto di bronzo opaco e macchiato, lo porta a casa e lo lascia in un angolo. Al contrario, chi ammette i propri errori è come quell’uomo che compra al mercato delle pulci un piatto di bronzo opaco e macchiato, lo porta a casa e per tutta la sera lo pulisce per renderlo utilizzabile. Ogni giorno egli se ne serve e lo lucida nuovamente e, poco per volta, il piatto riacquista il proprio splendore e attira l’attenzione degli ospiti di casa.

Dice il Buddha: “Una stoffa sporca e macchiata, benché immersa dal tintore in una tinta blu, gialla, rossa o arancio, rimane di un colore sporco, perché essa stessa e’ sporca; allo stesso modo, quando la mente è impura, le conseguenze possono essere deleterie.”

Possiamo elencare tutti i numerosi difetti del corpo, del pensiero, della parola e delle azioni che caratterizzano i violenti, i distruttori, i ladri, i lascivi, i maldicenti, gli ingiuriosi, i cattivi, i pigri, gli agitati, gli ipocriti, i gelosi, gli astuti, gli arroganti, gli stolti, ecc. Possiamo constatare a questo punto che seguire i precetti, e cioè la via della saggezza, trasformerà i risultati finali: ad esempio, un uomo che sa di essere collerico ritroverà la Pace, non adirandosi.

Se un uomo dovesse superare un solo ostacolo, probabilmente rimarrebbe in Pace fino all’apparire dell’ostacolo.

Un discepolo deve capire cos’e’ il merito e cos’è il demerito: il merito è ciò che conduce alla Pace.

Conoscere l’origine del demerito e far di tutto per evitarla significa seguire la via indicataci dal Buddha.

Dice il Buddha: “Proprio dalla passione nascono liti, controversie, afflizioni, invidie, vanità, arroganza e maldicenza. Liti e controversie sono strettamente connesse all’egoismo e, di conseguenza, dalle controversie nasce la maldicenza.”

L’uomo fonda sui desideri la propria speranza di raggiungere la felicità e la sicurezza dell’avvenire. Il desiderio origina le passioni e la cupidigia che vediamo nel mondo.

L’origine dei desideri dipende dall’idea che l’uomo si fa di ciò che considera piacevole, o spiacevole. Proprio osservando il comparire e lo scomparire delle cose, l’uomo forgia la propria concezione del mondo. Il dualismo genera la collera, la menzogna, i dubbi e tutto ciò che ne deriva,  ed è per questo motivo che, dopo aver dubitato e aver ascoltato l’insegnamento del Sublime, il saggio si incammina sulla via della .

Ignoranza significa non conoscere la sofferenza, l’origine della sofferenza,  la possibilità della cessazione della sofferenza e tanto meno la via che conduce a quest’ultima; la cessazione dell’ignoranza deriva dalla cessazione delle impurità, e la cessazione delle impurità deriva dalla cessazione dell’ignoranza.

La nostra mente è simile a un lago, le cui onde sono sollevate dai venti dell’ignoranza e dell’odio. Capire questo significa comprendere che è necessario accettare ciò che succede senza scegliere; solo così i venti si placano e il lago della nostra mente, non più agitato, sì calma.

Siamo noi i soli responsabili delle onde che ci agitano.

(Redatto con la collaborazione di Marcelle Suryong, traduzione Elisa Taibi)

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