Una lettera di S. Caterina da Siena

Una lettera di S. Caterina da Siena |
(Aggiornato il: 1 Dicembre 2019)

Lettera 12. All’Abbate di Sant’Antimo, scritta con qualche probabilità dopo il giugn 1376.


11 Gennaio

Quattro cose ci conviene considerare per avere la pazienza Che modo dunque possiamo tenere ad avere questa pazienza, poiché io la posso e debbo avere, e senz’essa offenderei Iddio? Quattro cose principali ci conviene avere e considerare. In primo, dico che ci conviene avere il lume della fede, nel quale lume della fede santa acquisteremo ogni virtù e senza questo lume anderemo in tenebre, si’ come il cieco a cui il di’ gli è fatto notte.

Così l’anima senza questo lume. Quello che ha fatto per amore, il quale amore è uno di’ lucido sopra ogni luce, ella sel reca a notte, cioè a notte d’odio, tenendo che per odio gli permetta le tribulazioni e le fatiche ch’Egli ha. Sicché dunque vedete che ci conviene avere il lume della santissima fede.

La seconda cosa si è quella la quale s’acquista con questo lume; ciò è che in verità ci convien credere, e non tanto credere ma essere certi ch’Egli è, e che ogni cosa che ha in se’ essere procede da Dio, eccetto il peccato, che non è. La mala volontà dell’uomo che commette il peccato non fa Egli; ma ogni altra cosa: o per fuoco o per acqua o per altra morte o qualunque altra cosa che si sia, ogni cosa procede da Lui. E ogni cosa è fatta con misterio e per amore, e non per odio.

La terza cosa è questa: ch’egli ci conviene vedere e cognoscere in verità col lume della fede che Dio è somma eterna bontà, e non può volere altro che il nostro bene. E se noi di questo dubitassimo ch’Egli volesse altro che il nostro bene; dico che noi non ne possiamo dubitare, se noi ragguardiamo il sangue dell’umile e immacolato Agnello; perocché Cristo, aperto, appenato e afflitto di sete in croce, ci mostra che il sommo ed eterno Padre ci ama inestimabilmente. Perocché, per l’amore ch’Egli ebbe a noi, essendo noi fatti nemici per lo peccato commesso, ci donò il Verbo dell’unigenito suo Figliuolo; e il Figliuolo ci diè la vita, correndo come innamorato all’obbrobriosa morte della croce. Chi ne fu cagione? L’amore ch’Egli ebbe alla salute nostra. Sicché dunque vedete che il sangue ci tolle ogni dubitazione che noi avessimo, che Dio volesse altro che il nostro bene. E come può la somma bontà fare altro che bene? Non può.

La quarta cosa che ci conviene avere per poter venire a vera pazienza è questa: che noi consideriamo i peccati e difetti nostri, e quanto abbiamo offeso Dio, il quale è bene infinito. Per la qual cosa seguiterebbe, non tanto che delle grandi colpe ma d’una piccola, pena infinita. E degni siamo di mille inferni, considerando che siamo noi miserabili che abbiamo offeso il nostro creatore. E chi è il dolce creatore nostro che e’ offeso da noi? Vediamo ch’Egli è colui che è bene infinito; e noi siamo coloro che non siamo per noi medesimi: però che l’esser nostro, e ogni grazia che è sopra l’essere abbiamo da Lui; però che noi per noi siamo miseri miserabili. E nondimeno che noi meritiamo pena infinita, Egli con misericordia ci punisce in questo tempo finito; nel qual tempo, portando le fatiche con pazienza, si sconta e si merita. Che non avviene così delle pene che sostiene l’anima nell’altra vita.

Perocché, se ella è alle pene del purgatorio, si’ sconta, e non merita. Bene dobbiamo dunque portare questa piccola fatica volontariamente. Piccola si può dire questa e ogni altra per la brevità del tempo; perocche, tanto è grande la fatica, quanto è grande il tempo in questa vita. Quanto è il tempo nostro? È quanto una punta d’aco. Adunque bene è vero ch’ella è piccola: perocché la fatica ch’è passata, io non l’ho, perocché è passato il tempo. Quella che è avvenire, anco non l’ho, perocché non son sicura di avere il tempo, con ciò sia cosa che io debba morire, e non so quando. Solo dunque questo punto del presente c’è, e non più. Adunque bene doviamo portare con grande allegrezza; però che ogni bene è remunerato e ogni colpa è punita. In altro modo perdereste il bene della terra e il bene del cielo. Però che altro modo non c’è.

( “Lettere”, a cura di Carlo Riccardi, edizioni Cantagalli, Siena – 1996)

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