Piccoli schiavi per produrre il cacao

 Piccoli schiavi per produrre il cacao |
(Aggiornato il: 2 Agosto 2001)

Sono almeno 15mila i bambini sotto gli 11 anni che vengono trasferiti a forza dal Mali alla Costa d’Avorio. Venduti dai genitori per 30 dollari.
E sfruttati nelle piantagioni di caffè e di cacao. Sono piccoli schiavi neri venduti ad altri neri più riccchi.
Costano trenta dollari Usa l’uno e sono almeno 15mila, secondo la polizia del Mali, ma stime esatte non esistono.
Il loro unico compito è di trasportare e lavorare il cacao, per trasformare la polvere del cioccolato. È una delle tristi storie della globalizzazione e questa volta i bianchi non c’entrano, almeno direttamente.
Ad alimentare questo esodo forzato è invece la logica del mercato del cacao, uno dei prodotti naturali più trattati nelle borse merci del mondo. La BBC conduce da mesi un’inchiesta su queste nuove forme di schiavitù nell’Africa sub-sahariana e ora ha presentato un reportage impressionante dal Mali, uno Stato stabile, ricco di turisti francesi e in decollo economico;
ma dove si vive ancora con un dollaro Usa al giorno. Il traffico dei bambini nasce da questa miseria senza uscita, ma si alimenta nella malavita locale. I bambini di Sikasso, un paesino, sono ad esempio solo nomi su un registro di scomparse.
La polizia sa per prima che sono stati rapiti ai loro genitori per 30dollari Usa. E il capo della polizia stessa ha confermato che è un’autentica tratta degli schiavi. Curiosamente la storia si ripete, perché il percorso di questi schiavi è lo stesso di secoli fa, quando finivano in America: ora vanno nella ricca Costa d’Avorio. E lì restano per portare e sgrezzare il cacao appena raccolto.Sono tenuti prigionieri in fattorie e picchiati duramente se tentano di scappare. Molti di loro sono sotto gli undici anni. I pochi dati disponibili su questo schiavismo attuale vengono dalla associazione “Save the Children Fund” che ha raccolto su piantagioni di cacao, caffé e anche fattorie normali.Il punto di raccolta allestito per gli scampati resta però vuoto. Malick Doumbia, uno sfuggito diventato nel frattempo adulto, dice che solo in casi sporadici i bambini riescono a fuggire. Non è retorica a questo punto aggiungere che sulle confezioni di cacao o cioccolata nei supermercati non esistono informazioni sui luoghi di produzione. L’invito di Salia Kanté di “Save The Children Mali” è di fare conoscere questa realtà, così come avvenuto per i capi di abbigliamento o gli articoli sportivi in Asia. “Chi beve cacao o caffè, beve anche il loro sangue. È il sangue di bimbi che portano sei chili di cacao in sacchi che coprono le loro spalle”.
A muovere tutto è una disperata sete di denaro: tanti bambini sono in realtà venduti da parenti, o loro amici in Mali.
L’aspetto più grottesco è che gli schiavi hanno assoluto divieto di chiedere soldi per un anno e se lo fanno vengono picchiati.
E, ultima nota, le multinazionali che producono cacao non hanno voluto aderire (ovviamente) a questa campagna di “Save the Children Mali”.

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