Meditazione Vipassana

Meditazione Vipassana |
(Aggiornato il: 17 Febbraio 2001)

Buddhista

Per il Visuddhimagga padroneggiare i jhana e vivere la sublime beatitudine sono di importanza secondaria rispetto al puňňa, “la saggezza discriminante”. La padronanza nei jhana è necessaria per la completezza della preparazione, ma i vantaggi per il meditante consistono nell’ottenere la mente agile e duttile, facilitando così il suo addestramento nel puňňa. La parte fondamentale nella preparazione del meditante è una via che non passa necessariamente per i jhana. Il sentiero comincia con la consapevolezza o presenza mentale (sati patthana), procede attraverso l’intuizione o visione profonda (vipassana) e termina nel nibbana.

(si veda Digha Nikaya 22 – I quattro fondamenti della presenza mentale)

Presenza mentale

La prima fase, la presenza mentale, implica la frattura con la percezione stereotipica; la nostra tendenza naturale è quella di abituarci al mondo che ci circonda e di non notare più le cose familiari, sostituendo nomi astratti e preconcetti alla cruda evidenza dei nostri sensi. In questa fase il meditante osserva ogni avvenimento come se stesse accadendo la prima volta. L’essenza della presenza mentale è la consapevolezza chiara e semplice di ciò che accade a noi e in noi nelle fasi successive della percezione. La focalizzazione è essenziale allo sviluppo della percezione pura, il livello di jhana più adatto all’esercizio della consapevolezza è il gradino più basso, cioè il livello di accesso. Questo perché la presenza mentale si applica alla coscienza ordinaria e dal primo jhana in poi questi processi ordinari cessano.

Si può iniziare direttamente dalla presenza mentale senza alcun precedente nella . Nelle prime fasi la mente del meditante è ogni tanto interessata da pensieri vaganti tra momenti di presenza mentale. A volte si nota la distrazione, a volte no, ma la prima discontinua, si rafforza con l’aumentata osservazione di pensieri casuali. Questi svaniranno appena notati, rifacendo immediatamente posto alla presenza mentale.

Ci sono quattro tipi di presenza mentale diversi a seconda dell’oggetto focalizzato ma identici alla loro funzione. La presenza mentale può focalizzarsi sul corpo, sulle sensazioni, sulla mente, sugli oggetti mentali.

Quando il corpo costituisce tale punto si registra ogni aspetto dell’attività corporea, per esempio la postura, il , ecc. La finalità dell’atto non sono prese in considerazione; ciò che è focalizzato è l’atto corporeo in sé.

Se l’oggetto della concentrazione è costituito dalle sensazioni, il meditante si focalizza sulle sensazioni interne, senza connotarle come piacevoli o spiacevoli. Egli nota semplicemente tutte le sensazioni a mano a mano che emergono. Qualunque sia la fonte è solo la sensazione che va notata.

Nella presenza mentale della mente o degli stati mentali, il meditante si focalizza su ogni stato così come emerge alla coscienza. Qualunque umore, pensiero o stato psicologico si presenti alla coscienza, verrà percepito con distacco, senza eleborarlo. Se, ad esempio, un rumore disturbante è causa di fastidio o di rabbia, si prenderà coscienza semplicemente della sensazione di rabbia.

La quarta tecnica, la presenza mentale rivolta ai contenuti della mente, è identica alla precedente, salvo che, invece di notare la qualità degli stati mentali, si notano gli oggetti e gli attributi che occupano questi stati, ad esempio “rumore disturbante”.

Con lo sviluppo della presenza mentale il meditante comincia a vedere gli elementi casuali del tessuto mentale di cui è sostanziata la realtà. La pratica della visione profonda inizia dal momento in cui la presenza mentale diventa continua.

La prima cosa che si realizza con la pratica vipassana è che i fenomeni contemplati e la mente che li contempla sono due entità distinte: la facoltà mediante la quale la mente osserva il suo funzionamento, è diversa dal funzionamento che essa osserva.

Il meditante giunge, con una pratica assidua, a comprendere che questi processi duali sono privi di consistenza individuale.

Ogni momento della presenza mentale segue il corso della sua intrinseca natura senza implicare la volontà individuale. Vi è la certezza che nella mente non vi alcuna entità permanente da rivelare. Questa è l’esperienza diretta della buddhista di anatta [il non-sé], nessun fenomeno cioè ha una natura intrinseca, neppure l’individuo. Colui che medita vede la sua vita passata e futura semplicemente come un processo condizionato di causa-effetto; l’espressione “io sono” è un concetto errato.

Proseguendo la pratica il meditante scopre che la mente osservante e i suoi oggetti vanno e vengono con una frequenza al di là del suo ambito di osservazione. Egli comprende che il mondo della realtà si rinnova ogni momento in una catena senza fine. Questa realizzazione gli permette di afferrare la verità dell’impermanenza (anicca) nella profondità del suo essere. Realizzando che la realtà privata e personale è priva di consistenza e anche mutevole, si entra in uno stato di distacco dal momento dell’esperienza. Da questa prospettiva di distacco, le qualità impersonali e impermanenti della mente lo conducono ad una visione di questa come fonte di sofferenza (dukkha).

Pseudonibbana

Il meditante prosegue sulla via senza ulteriori riflessioni. In seguito a questa realizzazione, percepisce chiaramente l’inizio e la fine di ogni momento di consapevolezza. Con questa chiara percezione può verificarsi:

  • la visione di luce brillante o di una forma luminosa;
  • sentimento di rapimento, con pelle d’oca, tremore agli arti, sensazione di levitazione, ecc.;
  • tranquillità di mente e corpo, con sensazione di leggerezza, plasticità e duttilità;
  • sentimenti di devozione e fede nei confronti del maestro, del Buddha, nei suoi insegnamenti, ecc.;
  • vigore nella meditazione, con un’energia stabile né troppo intensa né troppo debole;
  • sublime felicità che permea il corpo, una beatitudine senza precedenti che sembra infinita e spinge a raccontare questa esperienza straordinaria agli altri;
  • rapida e chiara percezione di ogni momento di presenza mentale: l’osservazione è acuta, potente e lucida e le caratteristiche di impermanenza e insoddisfazione vengono afferrate a un tempo;
  • forte presenza mentale, cosicché l’osservazione di ogni successivo momento di coscienza avviene senza sforzo;
  • imperturbabilità rispetto ai contenuti di coscienza. Il meditante mantiene una neutralità distaccata in ogni momento;
  • un sottile attaccamento ai vissuti sopra elencati e piacere della loro contemplazione.

Il meditante è spesso così esaltato dall’emergere di queste dieci esperienze che pensa di aver raggiunto l’illuminazione, ossia di essere arrivato alla meta finale, il nibbana. Si tratta invece di uno pseudonibbana

Ma, con i propri sforzi, e con l’aiuto del maestro, comprende che queste esperienze sono delle “pietre miliari” lungo il cammino, ma non la meta finale. Quindi, a questo punto, egli volge la visione profonda su questa esperienza e sul suo attaccamento ad essa.

Con il graduale attenuarsi dello “pseudonibbana” si acuisce la percezione di ogni istante di consapevolezza. Egli percepisce la sua mente che contempla e l’oggetto contemplato come una entità unica che svanisce ad ogni istante. Il mondo della realtà è in uno stato di continua dissoluzione. Da qui emerge una realizzazione terribile che imprigiona la mente nella morsa della paura. Ogni pensiero semina terrore. Al meditante adesso appare oppressivo tutto ciò che si presenta alla sua coscienza, persino quello che una volta considerava piacevole.

A questo punto, il meditante realizza la natura insoddisfacente di ogni fenomeno. Ogni forma di coscienza, ogni pensiero, ogni sensazione sembra insipida e così anche ogni stato mentale concepibile. In tutto ciò che il meditante concepisce, c’è solo sofferenza e miseria.

La mente non si sofferma più sui contenuti e il meditante desidera fuggire dalla sofferenza causata da questi fenomeni. È probabile a questo punto che il suo corpo venga inondato di dolore e che sia incapace di rimanere a lungo in una posizione. La natura sconfortante dei contenuti mentali diviene più evidente che mai e il desiderio di liberazione emerge dal profondo del suo essere.

La propria natura – l’impermanenza, l’elemento di sofferenza, il non-sé – si evidenzia chiaramente. A volte il corpo del meditante è in preda a dolori gravi ed acuti, di crescente intensità. L’intero insieme corpo-mente appare come una massa sofferente. Ma prendere sistematicamente coscienza di tali dolori porterà alla loro cessazione. A questo punto la pura capacità di osservare diviene forte e chiara. Ora la contemplazione procede automaticamente, senza sforzi particolari, come se si alimentasse da sola. Si è nell’imminenza della manifestazione culminante della visione profonda; il meditante, che nota ogni momento di coscienza, è acuto, forte e lucido: sa all’istante che il momento vissuto è impermanente, doloroso e inconsistente e vede la sua dissoluzione. Concepisce ogni fenomeno mentale come limitato, circoscritto, indesiderabile e alieno: il distacco è all’apice. In questo momento insorge una coscienza che prende come oggetto ciò che è “senza segno, senza accadimento, senza formazione”: il nibbana. Ogni consapevolezza dei fenomeni fisici e mentali cessa di esistere.

Al primo raggiungimento la penetrazione del nibbana dura meno di un secondo. Subito dopo viene il momento della fruizione, momento in cui la mente del meditante riflette sull’esperienza del nibbana appena vissuta. Questa esperienza è uno shock cognitivo con profonde conseguenze psicologiche. Dato che è un regno che si estende al di là dei confini della realtà del senso comune il nibbana può essere definito come “realtà sovramondana”, descrivibile solo in termini di ciò che non è. Il nibbana non ha una fenomenologia, né caratteristiche esperenziali; è lo stato incondizionato.

Con la realizzazione del nibbana, alcuni aspetti dell’io o della coscienza ordinaria vengono abbandonati per sempre.

Il sentiero della pratica di visione profonda differisce significativamente dal sentiero della concentrazione su questo punto: il nibbana distrugge gli aspetti negativi della mente: l’odio, l’avidità, l’illusione, ecc.: mentre il jhana li sopprime solamente.

Entrare nello stato nibbanico è il “risveglio”; le modificazioni conseguenti sono la “liberazione”.

Il primo livello è Sotapanna, “entrare nella corrente, nel flusso”, il flusso nel quale si entra è quello che conduce alla perdita totale dell’egocentrismo e alla cessazione di ogni sforzo volto al divenire. Colui che entra nel flusso perde i seguenti tratti di personalità:

  • la bramosia verso gli oggetti sensoriali;
  • il risentimento abbastanza forte da provocare agitazione;
  • l’avidità di guadagni, averi o riconoscimenti;
  • l’incapacità di condividere;
  • l’incapacità di percepire la natura relativa e illusoria di tutto ciò che sembra piacevole e bello;
  • l’errore di considerare permanente ciò che è impermanente;
  • il vedere l’essere in ciò che ne è privo;
  • l’aderenza a pure cerimonie, ritenere questo o quello “la verità”;
  • i dubbi sull’utilità della pratica di visione profonda.

Colui che entra nel flusso è incapace per natura di mentire, rubare, indulgere in cattive condotte sessuali, fare del male agli altri, vivere a spese degli altri. Ora egli è sakadgami , “colui che farà ritorno una sola volta” e giungerà alla liberazione totale in questa vita o ‘nella prossima’.

La fase successiva di approfondimento della visione profonda è caratterizzata dal totale abbandono di ogni bramosia e malevolenza. Il meditante è divenuto un anagami, “uno che non farà più ritorno”, ed è completamente libero dalla ruota del divenire durante la vita presente.

Con la piena maturazione della visone profonda ogni ostacolo alla liberazione viene superato. Il meditante è un arahant, un essere illuminato o santo. Privo del concetto di “sé”, i suoi atti sono puramente funzionali, rivolti al sostentamento del suo corpo e al bene degli altri. Per l’arahant è inconcepibile ogni pensiero e ogni atto non virtuoso. Estirpate le radici malsane, concupiscenza, aggressività e orgoglio, come motivi del comportamento, l’amore universale, la gioia altruistica, la compassione e l’imperturbabilità divengono le nuove forme motivanti.

Esiste uno stato chiamato nirodh (cessazione) simile al nibbana, poco noto agli occidentali. Nel nibbana, l’oggetto della consapevolezza è la cessazione della coscienza; nel nirodh cessa anche la consapevolezza. Questa cessazione assoluta di consapevolezza è difficile da raggiungere. Infatti nirodh è accessibile solo a colui che non tornerà, o all’arahant, e solo se esperto di tutti gli 8 jhana.

Quantunque il nirodh possa durare fino a sette giorni consecutivi, non si è consapevoli del passare del tempo: il momento prima di accedervi e il momento immediatamente successivo al ritorno vengono vissuti come conseguenti.

Il meditante dovrà stabilire il tempo di permanenza in questo stato, determinandolo in precedenza. Quando ne emergerà dovrà ripercorrere i jhana a ritroso, fino aggiungere allo stato di coscienza ordinaria. All’ottavo jhana riavrà la consapevolezza, al terzo il normale funzionamento corporeo, al primo i pensieri e le percezioni sensoriali.

In conclusione queste due differenti vie rappresentano gli estremi nell’esplorazione e nel controllo della mente.

(Tratto da “Esperienze orientali di meditazione” di )


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