Esperienza sulla pratica del Mantra

Esperienza sulla pratica del Mantra | Etanali percorsi di Risveglio spirituale
(Aggiornato il: 21 Gennaio 2002)

“Le esperienze sui risultati del Mantra, dette da nove iniziati ad esso.”

Ho chiesto ad alcuni dei miei discepoli di fornire un breve resoconto di alcune esperienze fatte nella pratica dei rispettivi Mantra, sia all’inizio che nel corso degli anni. Le loro testimonianze vi potranno aiutare ad avviare e a mantenere la vostra pratica e vi mostreranno come il rapporto di ciascuna persona con il suo Mantra sia estremamente individuale.

Douglas

Il canto del Mantra mi ha attirato fin dall’inizio. Durante la prima seduta di yoga a cui ho partecipato mi sono sentito affascinato e addirittura trasportato dal canto. Le parole e le melodie mi hanno catturato e sono rimaste con me. Cantare era una liberazione e le parole, focalizzate sull’Altissimo, mi elevavano spiritualmente.

Alle scuole superiori sono stato uno fra i parecchi studenti a cui è stato intimato severamente di sedersi e di smetterla di cantare, rimprovero che mi ha portato a sentirmi inibito ogni volta che tentavo di cimentarmi nel canto.

Il canto del Mantra invece mi ha aiutato a superare la mia inibizione e a cambiare anche la mia voce e il mio udito grazie alla pratica e alla ripetizione. Dal momento che colgo con maggiore chiarezza le sfumature dei suoni, adesso posso anche vocalizzarli meglio e quindi posso cantare, anche se non entrerà mai in un coro.

Per perseverare nella pratica del Mantra per me è importante scegliere un momento della giornata e un periodo prestabilito di tempo in cui cantare, cos’è com’è utile stabilire una durata periodica della pratica: diciamo un mese o quaranta giorni.

Dedicarmi ad essa indipendentemente dall’averne voglia, o meno, mi ha consentito di superare quell’aspetto della mia personalità che mi spinge a fare quello che preferisco; la libertà da quest’aspetto della mia natura è di per sé una conquista meravigliosa e persistere nella pratica, a dispetto di quelle voci interiori che vi si opponevano, ha generato alcune splendide sensazioni di intima connessione con il Mantra.

Nella pratica del Mantra devo tuttavia guardarmi dalle mie ambizioni, perché potrei cadere in uno stato di euforica esaltazione  quando riesco a raggiungere i risultati che desidero e di depressione quando non ci riesco.
In aggiunta a tutto questo devo continuamente superare la tendenza a ritenere che non abbia importanza se trascuro le mie ore di canto.

Il mio lavoro va nel modo migliore quando parto dal poco e procedo allungando il periodo di pratica o il numero di settimane o di mesi, o effettuando altri cambiamenti. Mi dedico al canto più a lungo o in modo più intenso quando mi accorgo che le emozioni stanno per avere il sopravvento, per affinare e incanalare le energie trasformando tali emozioni in devozione.

Il Mantra ha finito per diventare sempre più una parte integrante della mia vita, come la pulizia quotidiana dei denti – cioè come una sorta di pratica di igiene spirituale – e non soltanto un qualcosa di aggiuntivo che devo fare. Come parte della mia struttura di pensiero, esso è diventato una forza autorigenerante, un riflesso automatico che sposta la mia mente sul Mantra nei momenti di bisogno, negli attimi di tranquillità o quando sto lavorando.

Katherine

Quando ho sentito parlare per la prima volta del Mantra, desideravo sapere molto in fretta di che cosa si trattasse esattamente, prima di dedicare ad esso una grande quantità di tempo. Dopo la riunione in cui sono stata introdotta ai Mantra, ho cantato ad alta voce per tre ore; il giorno successivo, quando sono tornata al mio lavoro di insegnante, ho scoperto che il Mantra aveva in effetti esercitato su di me il suo potere, perché nei due giorni successivi ho avuto la sensazione di non avere più alcun sistema di difesa: era come se tutti i miei meccanismi di protezione, buoni e cattivi, mi fossero stati sottratti, mettendomi a nudo.

Sono stati due giorni di tormento, ma mi hanno convinta di aver trovato uno strumento potente.

In seguito ho scoperto che, tanto per cominciare, quindici minuti sono un periodo di canto più che sufficiente e che il sistema nervoso esce rafforzato da periodi brevi e regolari di pratica.

Adesso canto i Mantra ormai da molti anni ed essi mi hanno aiutata a liberarmi di gran parte della mia negatività e a infrangere la morsa di potenti emozioni. A volte sono rimasta seduta a cantare anche per due settimane di fila, nonostante un risentimento non focalizzato – ma incombente – che non riuscivo a evitare per quanto mi sforzassi.

Con il tempo mi sono resa conto che questo rancore è un’espressione del materiale subconscio che il Mantra sta portando alla superficie e che, se si prosegue nel canto nonostante le difficoltà ci si libera di esso e si è in grado di andare avanti.

Nel corso degli anni la pratica del Mantra mi ha consentito di sviluppare un concetto personale dell’Altissimo e di creare un rapporto altrettanto personale con il Divino nella forma della Madre Divina.

Ritengo che Swami Radha abbia ragione quando afferma che il Mantra serve come una lente mediante la quale focalizzare la mia attenzione e a volte come lente per focalizzare il potere del Mantra che c’è intorno a me.

Sandra

Mi sento davvero benedetta per aver ricevuto il dono del Mantra nella mia vita. Sono stata introdotta al canto del Mantra durante un corso di yoga a cui ho partecipato circa undici anni fa e presto mi sono resa conto che aveva l’effetto di calmare e di elevare la mente.

Dopo di allora mi sono trovata entro breve tempo di fronte alla possibilità di morire a causa di un tumore, una circostanza che mi ha messa in condizione di rendermi conto che non conoscevo effettivamente lo scopo della mia vita e che ero davanti alla prospettiva di perderla.

Dinanzi alla morte, la parte razionale della mia mente, su cui avevo sempre fatto affidamento, ha avuto ben poco da offrire e in quel periodo estremamente difficile ho infine preso l’impegno di usare nel modo migliore il resto della mia esistenza dando tutto il supporto possibile al lavoro di Swami Radha.

La mia insegnante di yoga è venuta ogni giorno a cantare il Mantra con me per un periodo di sei settimane e alla fine sono guarita. Quell’esperienza ha costruito un profondo collegamento con il Mantra, apportando maggiore chiarezza in merito allo scopo della mia vita.

Una volta tornata al lavoro, mi sono trovata presto coinvolta dagli impegni numerosi e spossanti della mia professione; spesso avevo ben poco tempo o scarsa energia da dedicare al Mantra, ma ho fatto quello che potevo.

Ogni giorno mi sistemavo in un angolo comodo e morbido del mio divano e cantavo per venti minuti. La mia esigente mente razionale giudicava il mio impegno insufficiente, in quanto il periodo che dedicavo al canto era troppo breve e mi sistemavo in una posizione troppo comoda, e di conseguenza non riusciva a capire in che modo la mia pratica potesse produrre il genere di risultati desiderato. In quel periodo, però tutto quello che avevo da offrire erano la mia sincerità e la mia fede.

Poi, mi è stato concesso un sogno in cui ho visto un gong che, colpito al centro, emetteva un suono delizioso, mentre intorno un gruppo di persone cantava “Cuore del mio cuore”. La mia impressione è stata che quel sogno mi stesse dicendo che la mia offerta era stata accettata e che in qualche modo attraverso il Mantra stavo entrando in contatto con il Divino mediante il mio cuore spirituale. La mia vita ha assunto un significato diverso allorché ho capito che è il Divino a essere vita, non il corpo e neppure la mente.

Janice

Ho instaurato un dialogo con il Mantra fin dalla prima volta che ne ho ascoltato uno in un seminario yoga di dieci giorni. Durante quel seminario ‘l’Om Namah Sivaya’ mi ha persistentemente incitata a riesaminare la mia vita e a indagare su di essa. Adesso, parecchi anni più tardi, questo Mantra continua a parlarmi e a pungolarmi perché attinga ulteriori verità per perfezionare la mia concezione di chi sono e di cosa posso fare.

Dopo molti mesi di pratica, una mattina d’inverno in cui stavo cantando mi è parso che il Mantra formasse una sorta di rivestimento argenteo all’interno del mio ventre. Esso è ancora presente e mi ha risanata e rafforzata di fronte alle reazioni emotive, sia mie che degli altri.

Per me è importante continuare ad alimentarmi con il Mantra, essere nutrita dal suono e dalla vibrazione senza mai perdere il collegamento con la fonte di forza e di chiarezza racchiusa in esso. Un’immagine che spesso mi affiora nella mente assorbita dal canto del Mantra è quella di un impianto di perforazione petrolifera che scende sempre più in basso e porta alla superficie la ricca sostanza scura racchiusa nelle profondità del mio mondo e al di là di esse.

Il Mantra è il mio collegamento con gli Insegnamenti, con il Guru, con il mio Io Superiore; è un vero amico e sono profondamente grata di aver ricevuto questo tesoro che porto sempre con me.

John

Ho sperimentato per la prima volta il Mantra durante un corso di yoga in cui mi è stato spiegato che mi avrebbe aiutato a eseguire alcune asana difficili dal punto di vista fisico Ho verificato in effetti la sua utilità e in seguito, durante un seminario intensivo di dieci giorni, ho sperimentato l’effetto autorigenerante del Mantra come risultato di un canto di gruppo prolungato e costante. Nessuna di queste due esperienze mi ha però permesso di capire cosa fosse il Mantra.

Alcuni anni più tardi, nel corso di un seminario sui Mantra, tenuto nell’arco di un fine settimana, ho conosciuto un diverso approccio al Mantra proposto da un insegnante proveniente dall’Ashram Yasodhara.

Sono andato a quel seminario senza sapere cosa aspettarmi e, anche se la prima sessione non è stata per me molto significativa, mi sono sentito attirato dal canto e disposto a tentare.

Abbiamo passato tutto il giorno successivo a cantare e scrivere Mantra e al termine di quella giornata mi sono sentito pronto a gettare la spugna.

Per quanto scettico, sono però tornato per il giorno conclusivo del seminario e alla fine mi sono sentito più calmo e sollevato che fosse tutto finito! È stato soltanto il giorno successivo alla conclusione del seminario, mentre ero in viaggio d’affari verso un’altra città che ho cominciato a sperimentare qualcosa di effettivamente diverso. Ricordo con estrema nitidezza il profondo calore interiore e il senso di sicurezza che ho avvertito. Quello è stato l’inizio.

Nel corso degli ultimi quindici anni ho imparato a usare il Mantra come mezzo per controllare le emozioni e rimettere a fuoco la mente. A volte, la mia pratica è stata ricca e manifestamente utile, altre volte mi è parsa arida e vuota; spesso ho allentato la mia tensione emotiva ritrovando un’altra dimensione del mio essere, qualcosa che è presente ogni giorno, dovunque mi trovi.

La portata di questo processo ha cominciato a rivelarsi durante un periodo di isolamento di tre mesi, che ha compreso un’intensa pratica del Mantra di quattro ore al giorno: due prima dell’alba, una prima di mezzogiorno e un’altra dopo mezzogiorno.

È stato allora che ho scoperto il ruolo fondamentale che il Mantra svolge nelle profondità dell’intimo, ma ho appurato anche che esistono dei limiti.
Quando ho deciso di estendere la pratica a cinque ore al giorno i miei sogni mi hanno comunicato senza incertezze che la mia decisione era pericolosa e tutt’altro che utile. Come ogni altro strumento, il Mantra è una cosa che si può usare o di cui si può abusare, come ho avuto modo di sperimentare.

Aileen

Una delle maggiori difficoltà che ho dovuto superare nella mia pratica del Mantra è stata quella di passare da come pensavo che avrei dovuto praticarlo a scoprire ciò che il Mantra significa per me e a lasciarmi coinvolgere in esso.

Quell”avrei dovuto’ si accentrava intorno alle tecniche relative alla pratica, come avere la schiena eretta e sedere immobile, ma il coinvolgimento provocato dal Mantra ha cambiato radicalmente le cose.
Lasciarsi coinvolgere vuol dire aprire il cuore, mentre agire sulla base di un “avrei dovuto” significava operare tramite la mente razionale ed escludere i sentimenti.

Le implicazioni derivate dal cambiare il punto focale nella pratica non sono immediatamente evidenti e tuttavia proprio quel cambiamento ha richiesto che io modificassi il mio generale approccio alla vita.

Il problema si è presentato nella pratica del Mantra, ma in effetti questo modo di operare sulla base di quello che “dovevo” fare era presente in molte aree della mia vita quotidiana. Non appena ho cominciato a esaminarmi, mi sono resa conto che questa dinamica del giusto-sbagliato, buono-cattivo permeava la mia mente e in virtù dell’effetto che il Mantra stava esercitando su di essa della sua capacità di elevarla al di sopra di quell’ottica rigida e limitata – ho potuto vedere con estrema chiarezza che c’era qualcosa che doveva cambiare nel mio modo di affrontare la vita, prima che potessi essere in grado di muovere il passo successivo sul sentiero dello spirito.

Ho dato avvio dunque a un processo che si è realizzato in modo fluido, a mano a mano che mi lasciavo coinvolgere progressivamente dal Mantra e al tempo stesso operavo il cambiamento nella vita quotidiana, lasciandomi effettivamente coinvolgere da tutto quello che facevo. Ciò ha comportato la necessità di imparare a essere ricettiva in tutte le aree della mia vita, in quanto esse si influenzano reciprocamente.

Jay

Inizialmente, cantare il Mantra è stata per me un’esperienza molto positiva; a volte, addirittura, esaltante, ma il mio entusiasmo iniziale e i primi risultati non sono durati a lungo ed è passato un certo tempo prima che io riuscissi a superare gli ostacoli che impedivano un’esperienza più profonda e sostanziale. I progressi iniziali mi hanno tuttavia fornito un’indicazione del potenziale racchiuso nelle sillabe sacre, tale da incoraggiarmi a continuare nel canto.

Con il tempo ho cominciato a vedere che gli impedimenti a una pratica più profonda erano prodotti del mio forte intelletto. L’orgoglio dell’intelletto era la forza che rifiutava di aprire la porta al genere di esperienza che l’intelletto stesso aveva già concettualizzato come irrazionale e quindi indegna di fiducia.

La presunzione intellettuale alimenta la convinzione che l’intelletto sia superiore alla mente soggettiva e irrazionale, un’opinione che trovava naturalmente un notevole sostegno nella mia educazione e nei processi di socializzazione di stampo occidentale.

Aggrapparmi a questa mia persuasione non serviva però a risolvere i conflitti mentali/emotivi che erano emersi durante i miei sforzi per portare avanti la pratica e alla fine ho dovuto riconoscere che la fonte di quei conflitti era la mia paura che l’intelletto potesse perdere il controllo del modo in cui io usavo la mia mente.

Il fatto che un’intensa emozione – nella fattispecie la paura – stesse controllando la mia mente mi ha alla fine dimostrato che non stavo ben impiegando l’intelletto, in quanto non stavo utilizzando il potere intellettuale della logica e della ragione per valutare in modo adeguato e trasporre in parole quello che stava accadendo alla mia mente.

La difficoltà a cui mi sono trovato davanti (e che può essere familiare a molti uomini) è stata creata dal mio rifiuto di accettare il fatto, reso evidente nella pratica stessa, che il vero sapere – il sapere dell’Io – è contenuto in una parte della mente che attinge a un tipo di intelligenza molto diverso.

Quando ho compreso questo fatto e ho, in certa misura, sperimentato le profondità della mia mente a cui potevo accedere attraverso il canto, mi sono reso conto che ciò che in precedenza chiamavo conoscenza consisteva in semplici informazioni.

Cantare il Mantra mi ha portato oltre una linea di confine e in un territorio che la mia mente ha caratterizzato mediante immagini e a volte tramite ricordi molto vecchi, che spesso portavano a potenti emozioni e a sentimenti intensi. Il mio canto si concludeva però sempre con un profondo senso di pace e di benessere, credo perché lo dirigevo intenzionalmente verso un’immagine del Divino – l’aspetto Radha – al fine di risvegliare la parte devota e intuitiva del mio essere: il regno dei sentimenti più elevati e della maggiore sensibilità. Di per sé il solo intelletto non può fornire una simile esperienza.

Ho anche scoperto che l’intento della pratica del Mantra è quello di entrare in comunione con il Divino e che la sua durata non è importante quanto la sincerità dello sforzo compiuto. In altre parole, ciò che conta effettivamente è se posso focalizzare tutta la mia attenzione, concentrazione e disponibilità nel canto anche per pochi minuti appena, e se posso invocare una dose di umiltà sufficiente a contrastare l’orgoglio intellettuale trasformando la pratica in un’offerta.

Ho scoperto che ero in grado di ascoltare con concentrazione il suono creato dalla mia voce e dal mio respiro e che ascoltare calmava la mia mente irrequieta, dandomi modo di arrivare al cuore del Mantra. Indirizzando la mia volontà all’ascolto, ho sperimentato un frammento dell’essenza del Mantra e sono riuscito a instaurare con la stessa un rapporto privo di paura.

Anne

Nella mia pratica del Mantra ho scoperto di essere coinvolta in modi che andavano al di là della semplice espressione vocale. Il fondamento della mia adorazione è il rituale, che si impone anche con lo spazio in cui canto, allorché predispongo l’altare con le sue immagini. Per me è importante disporre i fiori scegliendo per l’altare soltanto i migliori e togliendo quelli avvizziti, spolverare il tavolo dell’altare, accendere le candele, organizzare quello spazio in modo che sia invitante per me e per il Divino.

L’invito rivolto al Divino deriva dalla meravigliosa fragranza e bellezza dei fiori, come anche dalla cura e dalle attenzioni che ho per l’altare, tirato a lucido in ogni particolare. Esiste un elemento di stabilità derivante dal mio interesse per i fiori che comincia con il decidere quali fiori coltivare, per poi curarli, sceglierli, disporli sull’altare fragranti e splendidi, e infine rimuoverli per sostituirli con altri freschi, continuando il cerchio.

Una volta avevo sull’altare un’immagine di Tara e davanti a lei c’erano sempre sette ciotole d’ottone, che riempivo d’acqua ogni mattina e svuotavo ogni sera. Mentre riempivo e svuotavo le ciotole, ripetevo il mio Mantra, o quello della Madre Divina; un rito che è diventato per me molto significativo, in quanto rendeva visibile il mio impegno nei confronti del Divino.

Se non avessi mantenuto questo impegno le ciotole sarebbero rimaste vuote, ricordandomi quello che dovevo fare. Compiere questo gesto prima di cominciare il canto mi aiutava anche a entrare nella pratica del Mantra; avevo inoltre un piccolo scialle che ero solita avvolgere intorno a Tara ogni notte, in modo da concederle uno spazio privato in cui riposare, per poi svegliarla rimuovendo lo scialle alla Luce del mattino. In quei momenti le parlavo,chiedendo guida e aiuto, e aspettavo in silenzio che la parte di che rispondeva a tali suppliche si destasse, ascoltando con attenzione la mia voce interiore o i messaggi che giungevano intorno a me. Nel cantare il Mantra mi servivo della mia voce per trasmettere intenzionalità e disponibilità il mio desiderio e bisogno di essere con lei. Ogni mattina e ogni sera mi chiedevo se le ciotole d’acqua fossero piene o vuote, se lo scialle fosse al suo posto o meno, se i fiori fossero freschi e fragranti, la mia voce limpida nel suo intento, la voce di Tara udibile nel silenzio.

Quanto più sono coinvolta nel rituale tanto più forte diventa il mio impegno nell’adorazione e tanto più ricca si fa la mia pratica.

Carol

Ho cominciato a praticare il Mantra come mezzo per controllare l’ira. Essa costituiva per me un vero e proprio problema e per la maggior parte del tempo la dirigevo contro mio marito.

Swami Radha mi ha fatto capire quanto fosse importante liberarmi della mia collera, sottolineando che uno scoppio d’ira consumava l’equivalente di mesi di pratica spirituale. Riuscirci mi era molto difficile perché l’ira mi appariva fuori da ogni controllo: facevo ogni sorta di piani e di patti con me stessa per non cedere ad essa, ma le mie buone intenzioni risultavano sempre vane, parole ed emozioni scaturivano da me prima che mi rendessi conto di cosa stavo facendo.

È stato mio marito a incoraggiarmi a sottoporre il problema all’influsso del Mantra e ho iniziato con trenta minuti di pratica al giorno, per quaranta giorni, scegliendo il Mantra Hari Om in quanto connesso con la guarigione.

Ho pregato il Divino perché mi aiutasse a cambiare e ho cominciato; in un primo tempo mi sono sentita confortata dal canto, senza però che ci fosse il minimo cambiamento nel mio modo di comportarmi, ma con il passare dei giorni ho cominciato a sentirmi più contenta, più appagata.

Dopo circa una ventina di giorni, mi sono resa conto di un sottile spostamento, o cambiamento, dentro di me: l’ira ha iniziato a placarsi di sua iniziativa, un fatto che mi ha lasciata stupita e mi ha indotta a chiedermi se quel fenomeno sarebbe continuato.

Alla fine dei quaranta giorni ho compreso che si era verificato un mutamento profondo e duraturo; potevo avvertirlo e le mie reazioni lo dimostravano.
Quest’esperienza mi ha dato la comprensione del termine “trasformazione”, in quanto la mia collera, o per meglio dire l’energia racchiusa in essa, era stata trasformata in un carattere controllato e in sentimenti di compassione.

Adesso mi rendo conto che inizialmente ho impiegato il potere della volontà per cercare di cambiare, e che non ha funzionato perché ciò per cui era effettivamente necessario usare la volontà era stabilire i ritmi della pratica in modo che il Mantra potesse – come ha fatto – compiere la sua opera.

(Tratto da “MANTRA” di Swami Sivananda Radha, Armenia)


Approfondimenti:    Cantare col mantra Hare Krishna

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