Kriya Yoga

Il magnetismo umano di Paramahansa Yogananda
(Aggiornato il: 14 Giugno 2002)

Il Kriya (i cui gradi sono quattro), tramite una semplice, sicura e rigenerante pratica di respirazione, agisce sui centri sottili dell’uomo (chakras), determinandone il risveglio. Il viene guidato lungo la spina dorsale e nei centri del capo, dall’alto in basso, e viceversa. Ognuna di queste azioni praniche determina sottili cambiamenti negli eteri individuali, sì da provocare l’evoluzione di un anno reincarnativo tutte le volte che le si compie (10, 20, 30 volte, ecc..), durante le meditazioni mattutine e/o serali.

Estraiamo, quindi, qualche passo dalla “Autobiografia di uno Yogi”, alcuni brani tratti dal capitolo XXVI, pag. 225 (Edizione Astrolabio 1981) dell’Autobiografia di uno yogi:

“[…] La scienza del Kriya Yoga, così spesso citata in queste pagine, è divenuta molto nota nell’India moderna ad opera di Lahiri Mahasaya, il Guru del mio Guru. La radice verbale sanscrita del Kriya è Kry, fare, agire, reagire; la stessa radice si trova nella parola karma, il principio di causa e di effetto. Kriya Yoga perciò significa “unione” (yoga) con l’Infinito attraverso una data azione, o rito (Kriya). Uno yogi che ne segua scrupolosamente la tecnica viene liberato con gradualità del karma, la catena di causa e di effetto e delle sue azioni equilibranti.

In obbedienza a certe antiche regole yoghiche non posso dare una spiegazione completa del Kriya Yoga in un libro destinato al pubblico. La tecnica va imparata da un kriyaban, o Kriya-Yoghi autorizzato; qui, dovrà bastare un ampio cenno.

Il Kriya Yoga è un metodo semplice, psicofisico mediante il quale il sangue umano viene purificato dall’anidride carbonica e risaturato di ossigeno. Gli atomi di quest’ossigeno in sovrappiù si tramutano in correnti di vita per ringiovanire il cervello ed i centri spinali. Fermando l’accumularsi del sangue venoso, lo yogi può diminuire o interrompere il logorio dei tessuti; uno yogi molto progredito tramuta le sue cellule in pura energia. Elia, Gesù, Kabir e altri profeti furono maestri nell’usare il Kriya o una tecnica simile, mediante la quale riuscivano a smaterializzare i loro corpi a volontà.

Il Kriya è un’antica scienza. Lahiri Mahasaya la ricevette dal suo Guru Babaji, che ne riscoprì e delucidò la tecnica perdutasi nelle età oscure. Babaji la ribattezzò semplicemente Kriya Yoga.

“[…] Il Kriya Yoga che attraverso te io do al mondo in questo diciannovesimo secolo” – disse Babaji a Lahiri Mahasaya – “è la stessa scienza riesumata che Krishna diede migliaia d’anni fa ad Arjuna, e che in seguito fu conosciuta da Patanjali e Cristo, da S. Giovanni, S. Paolo e da altri suoi discepoli […].”

Krishna, il più gran profeta dell’India, si riferisce al Kriya Yoga in due versetti della Bhagavad Gita: “[…] Immettendo respiro inalante nel respiro esalante, e respiro esalante nel respiro inalante, lo yogi neutralizza entrambi questi respiri; così, egli sottrae prana al cuore e lo porta sotto il suo controllo […].”

Ciò, s’interpreta nel seguente modo: – calmando l’attività dei polmoni e del cuore, lo yogi arresta la decadenza del corpo ed arresta altresì le alterazioni di crescita delle cellule mediante il controllo di apana (la corrente eliminatoria). Neutralizzando così il logorio e lo sviluppo, lo yogi acquista il controllo della forza vitale. Un altro versetto della Gita dice: “[…] Si rende libero in eterno quell’esperto in meditazione (muni) che, cercando la Meta Suprema, è capace di ritirarsi dai fenomeni esterni fissando lo sguardo tra le sopracciglia e neutralizzando le correnti uniformi di prana ed apana nelle narici e nei polmoni, e di dominare la propria mente sensoria e l’intelletto, nonché di rendersi libero dai desideri, dal timore e dall’ira […].”

Krishna riferisce anche (ibidem, IV, 1-2) che fu lui, in una precedente incarnazione, a comunicare l’indistruttibile Yoga ad un antico illuminato, Vivasvat, che lo passò a Manu (l’autore dei manava Dharma Shastra, o Leggi di manu: Istituti di tradizionale legge canonica ancora in vigore al giorno d’oggi in India). Questi, a sua volta, istruì Ikshwaku, fondatore della solare dinastia guerriera dell’India. Passando, così, dall’uno all’altro, lo yoga reale fu custodito dai Rishi fino al sorgere dell’era materialistica.

Il Kriya Yoga è citato due volte dall’antico saggio Patanjali, principale esponente dello yoga, il quale scrisse: “[…] Il Kriya Yoga consta di disciplina corporea, controllo mentale e meditazione sull’AUM (, Amen). Patanjali parla di Dio come del reale Suono Cosmico OM che si ode nella meditazione. è la Parola Creativa, il del Motore Vibratorio, il testimone della Divina Presenza. Persino colui che s’inizia allo yoga, spesso, riesce ben presto a percepire nel suo intimo il meraviglioso dell’OM. Ricevendo questo sublime incoraggiamento spirituale, il devoto ha la sicurezza di essere realmente in rapporto con i reami divini. Patanjali si riferisce una seconda volta al controllo vitale, o tecnica kriya, nel seguente modo: “[…] La liberazione può essere raggiunta mediante quel pranayama cui si arriva separando i processi dell’inspirazione e dell’espirazione […].”

San paolo conosceva bene il Kriya Yoga, o una tecnica molto simile, con la quale poteva immettere o togliere le correnti vitali nei propri sensi. Per questo poteva dire: “Io muoio ogni giorno. Sì, per la gloria di voi, ch’io ho in Gesù Cristo, nostro Signore […]”. Con un metodo per accentrare nel proprio interno tutta la forza vitale corporea (che, ordinariamente, è diretta solo verso l’esterno, cioè verso il mondo dei sensi, conferendo in tal modo a quest’ultimo la sua apparente validità) San Paolo viveva giornalmente una vera unione yoghica con la “gloria” (beatitudine) della Coscienza Cristica. In questo stato di felicità egli era conscio d’essere morto all’inganno sensorio di maya.

Nel primo stadio della divina unione (sabikalpa samadhi), la coscienza del devoto s’immerge nello Spirito Cosmico; la sua forza vitale è sottratta al corpo, che appare “morto”, in altre parole, immobile e rigido. Lo yogi è pienamente conscio del suo stato d’animazione sospesa del corpo. Progredendo, però, verso più alti stadi spirituali (nirbikalpa samadhi) egli comunica con Dio, senza la fissità del corpo e mantenendo desta la sua coscienza normale, anche nel mezzo delle attività e delle mansioni terrene.

“[…] Il Kriya Yoga è uno strumento mediante il quale l’evoluzione umana può essere affrettata […]” – spiegava Sri Yukteswar ai suoi allievi. “[…] Gli antichi yogi scoprirono che il segreto della Coscienza Cosmica è intimamente legato alla padronanza del respiro. Questo è il contributo impareggiabile e immortale che l’India ha apportato al patrimonio di conoscenze del mondo. La forza vitale che, normalmente, viene assorbita dal compito di sostenere il pulsare del cuore, deve essere liberata per svolgere attività più elevate, con l’aiuto di un metodo per acquietare le incessanti esigenze del respiro […]”.

“[…] Il Kriya Yoghi dirige mentalmente la propria energia vitale, facendola ruotare in su ed in giù, attorno ai sei centri spinali (i plessi midollare, cervicale, dorsale, lombare, sacrale e coccigeo) che corrispondono ai dodici segni astrali dello zodiaco, il simbolico Uomo Cosmico. Mezzo minuto di kriya equivale ad un anno di naturale sviluppo spirituale.

Il sistema astrale di un essere umano, con i sei (dodici, a causa della polarità) costellazioni interiori che girano intorno al sole dell’onnisciente occhio spirituale, è in rapporto con il sole fisico e con i dodici segni dello zodiaco. Tutti gli esseri umani subiscono così l’influenza di un universo interiore e di uno esteriore. Gli antichi Rishi scoprirono che l’ambiente terreno e quello celeste dell’uomo lo sospingono innanzi in cicli di dodici anni sul suo naturale sentiero. Le scritture dicono che all’uomo occorre un milione d’anni d’evoluzione normale esente da malattie per perfezionare il suo cervello somatico in modo tale da poter esprimere la Coscienza Cosmica.

Mille kriya eseguiti in otto ore e mezzo danno allo yoghi, in un sol giorno, l’equivalente di mille anni d’evoluzione naturale; 365.000 anni d’evoluzione in un anno. In tre anni un Kriya Yoghi può così ottenere, con il proprio intelligente sforzo, lo stesso risultato che la natura concede in un milione d’anni. S’intende che la scorciatoia del kriya può essere presa solamente da yogi profondamente evoluti. Con la guida di un Guru, tali chela (studenti spirituali, discepoli) hanno accuratamente preparato il loro corpo e la loro mente per poter sopportare l’enorme potenza generata dalla pratica intensiva di questa tecnica.

Il principiante Kriya Yogi esegue il suo esercizio solo da quattordici a ventiquattro volte, due volte al giorno. Alcuni yogi giungono alla liberazione in sei, dodici, ventiquattro, o quarantotto anni. Uno yogi che muore prima di avere raggiunto la piena realizzazione porta con sé il buon karma del precedente sforzo kriya; nella nuova vita sarà sospinto verso la Meta Infinita.

Il corpo dell’uomo comune è come una lampada di cinquanta watt, che non può sostenere i miliardi di watt d’energia suscitati da un’eccessiva pratica del kriya. Mediante un aumento graduale e regolare del semplice e “comprovato” metodo del kriya, il si trasforma astralmente giorno per giorno, e alla fine è capace di sostenere quel potenziale infinito d’energia cosmica che costituisce la prima espressione materialmente attiva dello Spirito.

Il Kriya Yoga non ha nulla in comune con i non scientifici esercizi di respirazione insegnati da alcuni zelanti mali informati. I tentativi di trattenere per forza il fiato nei polmoni sono contro natura, e inoltre decisamente spiacevoli. Il Kriya invece è accompagnato fin dall’inizio da un senso di pace ritemprante, e dà sensazioni calmanti nella spina dorsale, che producono un effetto rigenerante.

Quest’antica tecnica yogica trasforma il respiro in sostanza mentale. Con l’evoluzione spirituale si diviene capace di riconoscere il respiro, quale un atto mentale: un respiro di sogno.”

(Alcuni brani tratti da “Autobiografia di uno Yogi” di Paramahansa Yogananda – capitolo XXVI, pag. 225, Edizione Astrolabio 1981)

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