Il Dzogchen

Il Dzogchen |
(Aggiornato il: 10 Aprile 2001)

Il il più alto yoga, rappresenta il pinnacolo del sistema Buddhista Tibetano Nyngmapa di Nove Yanas, o veicoli per la liberazione. Essendo il più alto dei veicoli esso è anche il più semplice di tutti. La sua essenza è la forma più pura, più chiara di meditazione o d’allenamento mentale. Tale allenamento mentale è critico non solo perché afferra nuove informazioni e simili a quelle presentate dalla scienza del tempo, ma anche, cosa più importante, perché ottiene un riassetto, un colpo d’occhio di riordinamento della tua vita e del tuo modo d’essere nell’universo.

Scopo dello Dzogchen è risvegliare l’individuo allo stato primordiale di illuminazione presente in ogni essere.

Questa nota anche come via dell’autoliberazione è caratterizzata da un approccio particolarmente diretto che la distingue dalle altre vie che conducono alla liberazione presenti in Tibet.

Il praticante di questa dottrina riconosce l’assoluta chiarezza e purezza della mente e senza cercare di modificare ciò che perfetto in sé stesso senza cercare all’esterno quella realizzazione che è sempre stata sua rimane nella natura autoilluminata della mente nella suprema sorgente di tutti i fenomeni.

Non solo nello Dzogchen è possibile raggiungere l’illuminazione in una sola vita ma si parla del grande trasferimento nel corpo di luce, cioè il corpo materiale senza morire si trasferisce o si riassorbe nella sostanza luminosa degli elementi e, agli occhi di una persona ordinaria sparisce. Questa importante realizzazione è stata ottenuta da grandi come Taphiritsa e Padmasambava.

Se non si riesce ad ottenere il corpo di Luce nella vita lo si può realizzare dopo la morte come è accaduto a molti grandi Maestri Dzogchen in Tibet fino a tempi recenti. Tra questi Shardza Rinpoche uno dei principali maestri della tradizione Bon del secolo appena trascorso.

Nello Dzogchen lo stato naturale deve essere raggiunto attraverso la propria esperienza personale e non attraverso il pensiero speculativo.

Lo stato naturale, detto anche lo Stato del Buddha viene definito machopa, cioè uno stato dove non vi è nulla da cambiare o modificare; da creare o correggere;  è definito come lo Stato così come è.

Quando siamo nello Stato naturale i pensieri possono sorgere ma non ne veniamo influnzati.

Nel sistema Dzogchen non si bloccano i pensieri e le emozioni come nel Sistema Sutra né si tenta di modificarli né di trasformarli come nel sistema Tantrico.

Trovarsi e dimorare in questo Stato naturale si chiama Threkchod.

Il metodo per trovare lo Stato di Buddha è osservare come i pensieri sorgono come permangono e come scompaiano.

Dobbiamo rivolgere la nostra attenzione verso la mente e osservarla.

Nel fare questo però non dobbiamo interferire o tentare di modificare alcunché.

Questo è il metodo: noi dobbiamo lasciare le cose come sono e osservare cosa accade.

Quando osserviamo i pensieri e non interferiamo con loro, questi scompariranno senza lasciare traccia

In quel momento scopriremo che li vi è una presenza che è l’unione di vacuità e chiarezza.

Lo Stato Naturale è inesprimibile ed inconcepibile.

È vuoto ma questa vacuità non è un semplice nulla perché li esiste una consapevolezza.

Ma questa consapevolezza o Rigpa non è come la nostra ordinaria coscienza (nam-she) dualistica.

Il Rigpa è una consapevolezza non duale dove cioè non c’è né un soggetto né un oggetto; né un osservatore né una cosa osservata ma al contrario soggetto ed oggetto sono uniti ed inseparabili, come il fuoco e il calore.

Quando pratichiamo lo Stato Naturale, non è necessario fare un esame e controllare qual è il soggetto e quale è l’oggetto.

Nello Stato Naturale non si esamina niente; si è semplicemente; si dimora nello Stato Naturale o auto chiarezza (Rang-rig).

La parola Salwa significa chiarezza, ma questa non è una luce fisica visibile.

Qui chiara significa presente e consapevole e Tongpa significa vuoto.

Queste due sono Yermed o inseparabili.

Questo è paragonabile allo spazio durante il giorno, dove lo spazio è vacuità (stong) e il sole e luminosità (gsal) la chiarezza .

Lo Stato della presenza o immediata consapevolezza ha tre qualità: Essenza, Natura ed cioè vacuità, consapevolezza e loro unificazione. Queste tre qualità non sono mai separate.

Vengono separate solo per spiegare lo stato naturale in termini intellettuali ma in realtà non sono mai distinti o separati.

Questo è quello che viene insegnato nello Dzogchen ma all’interno delle sue correnti si può porre più enfasi in questo o in quell’aspetto dello Stato naturale. Nella serie degli insegnamenti del Longde vi è più enfasi sulla vacuità; nel Semde più sul lato della chiarezza.

Ma questa è una faccenda di enfasi e non di una reale distinzione o separazione.

In questo contesto long (klong) (vasta espansione) significa tong (stong=vuoto) e sem (sems=mente) significa (gsal=chiara).

La terza serie si chiama Upadesha o Managde enfatizza l’inseparabilità di vacuità e chiarezza.

Così ci sono differenti metodi che possono essere trovati in queste tre serie di insegnamenti Dzogchen ma tutte con un medesimo fine: lo Stato Naturale.

Le tre serie degli insegnamenti Dzogchen

In queste tre serie dello Dzogchen :il Semde, il Longde e il Managde o Upadesha,  lo Stato Naturale è precisamente lo stesso perché esiste come unificazione ed inseparabilità (dbyer-med) di vacuità e chiarezza.

Comunque il punto di vista di queste tre serie è differente perché l’enfasi è posta su un lato o sull’altro.

Con tale enfasi il processo di realizzazione richiede tempi maggiori perché dobbiamo realizzare sia il lato della vacuità sia il lato della chiarezza.

Vi deve essere lo Yermed o unificazione perché si possa realmente parlare di Dzogchen.

Tutto questo è spiegato bene nel Nam-mkha Ophrul mdzod che è un testo dello Dzogchen Semde della tradizione Bon.

E’ un terma o tesoro nascosto riscoperto nel Tibet centrale ed è anche una trasmissione orale dal Maestro Tsewang Rigdzin.

Questo testo non parla del Thodgal ma parla molto della unificazione (dbyer-med).

I Testi semde si occupano della conoscenza (ye-she), dell’immediata consapevolezza (rig-pa) e della natura della mente (sems=sems-nyid) soprattutto di quest’ultima.
Ecco perché questa serie è chiamata Semde o serie della mente dove sem significa mente.

Per il Semde tutti i fenomeni sono influenzati dalla mente dove nell’Upadesha ogni cosa è influenzata dallo stato naturale.ma questa mente (sems) è “proprio così come è”; perciò, il reale significato della parola Sems in questo contesto non è mente ma natura della mente. Tuttavia la spiegazione che si trova nello Dzogchen Semde è qualcosa di simile al Chittamatra (sems-tsam) perché questo sems giace più sul lato della consapevolezza che sul lato vacuità (Stong-cha).

Nel Semde si trova lo Stato Naturale attraverso la pratica delle quattro contemplazioni (ting-nge-dzin bzhi) che sono:

  1. Lo Stato calmo attraverso la concentrazione su un oggetto
  2. Langton attraverso cui si diventa capaci di praticare anche con il flusso dei pensieri
  3. Nyimed dove sia lo Scine che il Langton sorgono contemporaneamente
  4. Lundrub si trova lo stato di contemplazione non duale. Si dimora stabilmente nella propria condizione naturale e si percepisce tutto come gioco della propria energia

Nello Dzogchen Longde (klong-de) o serie dello Spazio si trovano i nove spazi vuoti (klong dgu).

Qui lo Stato Naturale rimane proprio “cosi come è”.

È vuoto. Non c’è ni.ente di sostanziale o tangibile che possa essere trovato da qualche parte.

Non c’è niente che si sta movendo o di visibile.

Qui l’enfansi è posta più sul lato della vacuità è molto simile alla nozione della vacuità della filosofia Madyamaka.

Non c’è esistenza inerente (rang-bzhin med-pa). Non c’è niente di visibile esternamente e niente di visibile internamente. Ma ci sono nove aspetti sul lato dell’oggetto con riferimento alla vacuità.

Nella Madhyamaka ci sono sedici tipi di vacuità mentre qui ce ne sono nove.

Perciò i nove spazi vuoti (klong dgu) rappresentano il lato oggettivo delle cose.

Sul lato del soggetto che è il praticante ci sono tre stadi nella meditazione:

  1. meditazione armoniosa (mthun sgom)
  2. la meditazione interna (nang sgom)
  3. la meditazione dello spazio (klong sgom).

Questo è il modo in cui si procede con la pratica.

Perché ci sono queste tre serie Dzogchen Desum (rdzogs-chen sde gsum) o tre serie degli insegnamenti Dzogchen? Perché ci sono queste tre qualità dello Stato naturale:consapevolezza, vacuità e loro unificazione (rig stong dbyer-med).

Anche se phrul mdzod è principalmente un testo Semde e spiega che se procediamo soltanto sul lato della chiarezza o sul lato della vacuità noi ci allontaniamo dal vero senso dello Dzogchen.

Ritornando per un attimo alla serie del Longde bisogna dire che in primo luogo non ci sono testi speciali dedicati al Longde preservati nella tradizione Bonpo sebbene un consistente numero di questi sia stato tradotto da Vairochana (8 secolo D.c) e siano stati preservati nella tradizione Nyngmapa. In secondo luogo nel sistema longde sebbene esista un metodo per far sparire il il corpo materiale non è affatto la stessa cosa del metodo del Todgal.

Solo con la pratica del Longde non saremo capaci di realizzare il corpo di luce perché in questo sistema non si trova la pratica del Todgal che, propriamente parlando è la causa del corpo di luce.

I metodi per realizzare il corpo di luce sono conservati nel sistema Upadesha .

Il sistema Upadesha verte soprattutto sulle pratiche del Tregchod e Todgal.

Attraverso la sola pratica del Tregchod è possibile realizzare il corpo atomico (rdul lus) ma non quello di luce Qui il corpo materiale sparisce dissolvendosi nei suoi atomi costituenti.

Ma c’è ancora una qualcosa di sostanziale (sebbene a livello atomico) benchè invisibile all’occhio ma non si può ancora parlare di corpo di Luce

Inoltre il Todgal è diverso dal corpo illusorio di cui si parla nel sistema tantrico è qualcosa di creato da una causa ed è per questo differente dal corpo di Luce dello Dzogchen.

Tregchod e Thodgal

La maggiorparte dei testi Bonpo si occupano di Upadesha. Nel Upadesha o Managde l’enfasi è posta sul Tregchod e Thodgal.

Tregchod significa entrare e rimanere nello Stato Naturale. Questo è principalmente legato con lo Stato di purezza primordiale (ka-dag).

Il Thodgal è l’altra metà della pratica Upadesha e si riferisce alla spontanea manifestazione auto perfezionata (lhun-grub).

Qui il praticante usa la postura, la respirazione e lo sguardo. Ma ciò non di meno come base e fondamento per la pratica del Thodgal necessitiamo fermamente la nostra pratica del Trekchod che significa essere capace di continuare con stabilità nello Stato naturale.

Tregchod significa che noi entriamo e permaniamo nello Stato Naturale.

Iniziamo la pratica guardando internamente e osservando la mente.

Ma qui non c’è una pratica di visualizzazione da fare.

Noi non necessitiamo di venire coinvolti nelle fasi di sviluppo e completamento come nel caso del Tantra.

Tutto quello che dobbiamo fare è essere consapevoli senza distrazione e osservare il sorgere dei pensieri.

Osserviamo che essi si dissolvano di nuovo senza lasciare traccia. Fino a che rimaniamo nello Stato Naturale non è necessaria alcuna visualizzazione. Se ancora avessimo bisogno di supporto di visualizzazione e nella nostra pratica allora non siamo pronti per lo Dzogchen.

Quando noi siamo nello Stato Naturale noi non facciamo un esame se è buono o cattivo.

Non c’è giudizio o né bisogna pensare a qualcosa di particolare. Se fossimo coinvolti nel guardare nel giudicare nel focalizzare qualcosa, questo è ancora il lavoro della mente duale e perciò non siamo nello Stato Naturale.

Se focalizziamo l’attenzione perdiamo lo Stato naturale.

Qualsiasi focalizzazione o fissazione dell’attenzione è il lavorio della mente e allora non siamo più a lungo nello Stato naturale.

All’inizio noi necessitiamo di un posto tranquillo perché molte distrazioni vengano a disturbarci. Ed anche noi abbiamo problemi con la sonnolenza, la piattezza e l’agitazione. Comunque esistono problemi per superare questi problemi. Per la sonnolenza e la piattezza significa che manca energia. Per la sonnolenza noi abbiamo bisogno di aria fresca e trovare un posto più alto.

Per la piattezza abbiamo bisogno di aggiungere energia per rendere le cose più chiare. L’agitazione può essere più grossolana o più sottile. La prima è più facile da riconoscere; invece la seconda è più difficile da scoprire e non capiamo che siamo distratti. Se l’agitazione è molto forte necessitiamo di interrompere la pratica e facciamo qualcos,altro per un po. Questo è come si pratica il Trekchod.

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