Disordini di Protesta in Tibet, il Dalai Lama chiede aiuto: «È un genocidio culturale»

Disordini di Protesta in Tibet, il Dalai Lama chiede aiuto: «È un genocidio culturale» |
(Aggiornato il: 1 Settembre 2002)

«Un genocidio culturale»: dopo i cento morti in Tibet, il leader spirituale dei monaci, il , racconta l’inferno che da giorni non fa dormire Lhasa e le altre città del Tibet. Domenica sulla capitale è sceso il coprifuoco e non si registrano più le drammatiche scene di violenza che sabato hanno fatto il giro del mondo, dopo che anche i turisti stranieri descrivevano una città fantasma, percorsa solo dai mezzi cingolati della polizia militare e dove, per il secondo giorno consecutivo, testimoni affermavano di aver visto delle persone in borghese sparare dalle auto sui passati.

Lunedì scade l’ultimatum della : tutti i rivoltosi accusati di aver dato alle fiamme scuole, ospedali, negozi, case e di aver ucciso almeno 10 persone devono consegnarsi alle autorità «entro la mezzanotte di lunedì. Sarà garantito un giudizio mite e clemente».

Ma il Dalai Lama chiede aiuto: «Qualche organizzazione internazionale rispettata – ha detto – potrebbe accertare quale sia la situazione in Tibet e quali le cause dei disordini. Che il governo cinese lo ammetta oppure no – ha concluso – esiste un problema: un’antica tradizione culturale è in serio pericolo. Intenzionalmente o no, è in corso una sorta di genocidio culturale». E ricorda alla Cina che «ha l’obbligo di comportarsi in modo consono a chi ospita le Olimpiadi».

Condanne e richieste di mettere la parola fine alle violenze sono arrivate dall’Italia, dove il ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha chiesto «alla Cina di avviare un dialogo con i rappresentanti del popolo tibetano, a cominciare dal Dalai Lama. Veramente lo chiediamo alla Cina da molti anni – ha aggiunto – non è qualcosa che ci muova ora di fronte a questi episodi drammatici di repressione. È una richiesta che torniamo ad avanzare con molto forza».

Anche il ministro degli Esteri tedesco Frank Walter Steinmeier ha telefonato al suo omologo cinese Yang Jiechi, invitandolo «alla massima trasparenza sui fatti accaduti nella regione», mentre il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, ha chiesto al governo cinese di dare «prova di moderazione» nella sua reazione alle manifestazioni anti-cinesi in Tibet e «di rilasciare tutti i monaci e gli altri che sono imprigionati unicamente per aver espresso la propria opinione». Nessun accenno invece nell’angelus domenicale di Papa Benedetto XVI che ha detto invece «basta con l’odio in Iraq».

Comunque anche domenica, la repressione non si è fatta mancare: almeno sette tibetani sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco nel corso di una manifestazione di protesta svoltasi a Ngawa, distretto a maggioranza tibetana nella provincia cinese di Sichuan e alla quale hanno partecipato circa 200 persone. Le autorità cinesi hanno infine bloccato l’accesso internet al sito di YouTube dopo che vi erano comparsi decine di filmati di protesta contro la repressione in Tibet. In compenso, nessuna scena degli scontri o delle reazioni di protesta all’estero era presente sugli analoghi siti web cinesi quali 56.com, youku.com e tudou.com.

(Pubblicato il 16.03.08, fonte: L’Unità)

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