L’orrore delle carceri turche

L’orrore delle carceri turche | Etanali percorsi di Risveglio spirituale
(Aggiornato il: 19 Marzo 2001)

L’incontro con i familiari delle vittime di un sistema carcerario violento ed ingiusto

26-01-2001

Filomena Santoro ha partecipato alla delegazione italiana, promossa da Arci, Assopace, Antigone e Azad, invitata ad Istambul dall’Associazione per i diritti umani in Turchia, per verificare le conseguenze della repressione dello sciopero della fame e dell’internamento nelle celle d¹isolamento delle prigioni speciali, di tipo f, turche.

Questo il suo drammatico racconto

Durante i quattro giorni di permanenza abbiamo incontrato numerose associazioni di avvocati, architetti, ingegneri, difensori dei diritti umani, esponenti della società civile impegnati a proprio titolo per i diritti dei prigionieri politici.
L’incontro per me più toccante è stato con i famigliari dei detenuti, che erano stati rilasciati da pochissimi giorni.
Nella stanza dove era stato fissato l’incontro, c’erano almeno una cinquantina di persone, tra madri, padri, fratelli, sorelle, o persone che hanno qualcuno che amano chiuso in prigione: nei loro occhi c’era tristezza, preoccupazione e, allo stesso tempo, determinazione e rabbia.

Mi raccontano: “Le prigioni sono una ferita nel corpo politico di questo stato, una ferita che non si chiude mai perché in questo paese non si permette a nessuno di guarirla.
Le autorità che lasciano aperta questa ferita dicono di averlo fatto per salvare la vita ai nostri figli in sciopero della fame.
Nessuno si chiede chi siano i prigionieri: dicono solo che sono terroristi che infrangono le regole e vanno fermati.” “L’autorità difende questo tipo di opinione attraverso la televisione e i giornali, e noi, parenti dei detenuti, sostiamo tutti i giorni davanti alle carceri.
I nostri figli sono dentro le mura, insieme ai soldati coi fucili, fuori ci sono veicoli dei pompieri, ambulanze e polizia in uniforme. Quando vedi tutto ciò, immagini cosa sta succedendo dentro e sai che presto scorrerà molto sangue. I corpi vengono portati fuori senza che si possa riconoscere i volti.
Il nostro mondo si oscura, la rabbia e la sete di vendetta prendono il posto dell’ingiustizia immorale cui assistiamo. Non ci sono limiti alle menzogne dei media, che dicono che bisogna ristabilire l’autorità nelle prigioni per risolvere l’ “unico ostacolo” all’entrata della Turchia nell’Unione Europea”. Scrittori, artisti e filosofi scrivono come al solito in ritardo su questo problema, criticando i massacri e gli omicidi sempre solo dal punto di vista morale: “non ci sono più diritti umani, è un peccato per la democrazia” e poi si riuniscono con gli ufficiali, con i burocrati, per discutere del problema delle prigioni.
“Ogni volta ci propongono nuovi tipi di prigioni, di tipo F, di tipo L, di tipo EŠ ma questa soluzione è contraria ai valori umanitari: l’importante è che coloro che sono dentro le mura si arrendano”.

Alba tragica

All’alba del 19 dicembre l’esercito è entrato con i blindati nelle prigioni, ha usato fucili, bombe chimiche, “ha bruciato le celle, ha sparato e torturato senza pietà i nostri ragazzi.
Eravamo fuori per sapere cosa stesse succedendo, ma la polizia non ci faceva avvicinare.
L’esercito aveva abbattuto le mura del carcere con i buldozer e c’erano soldati armati sui tetti, dalle finestre usciva fumo, tanto fumoŠ Poi hanno iniziato ad uscire le ambulanze, trasportando corpi carbonizzati!
Che razza di autorità è quella che compie un simile massacro contro i prigionieri che avevano come armi solo slogan da gridare dentro le mura di un carcere?
Molti di loro erano da due mesi in sciopero della fame, erano deboli, sfiniti: come avrebbero potuto difendersi?
Trenta prigionieri sono morti nell’operazione e a centinaia stanno morendo nel silenzio, lasciati senza cure in balia delle torture dei militari.
Negli ospedali i medici sono militari perché i civili sono stati picchiati e allontanati, e, non solo non li curano, ma continuano a picchiarli selvaggiamente!”.
Un’altra donna racconta: “I militari non volevano farmi vedere mio figlio perché abbiamo cognomi diversi, così sono dovuta tornare nel mio paese e procurarmi tantissimi documenti.
C’è voluto molto tempo. Quando sono riuscita a vederlo era completamente nudo, gli avevano messo addosso solo una coperta lercia e sentiva molto freddo.
Gli hanno rasato il capo, il suo viso era irriconoscibile, tutto il corpo era pieno di lividi e ferite.
Aveva problemi di respirazione conseguenti all’ampio uso di gas durante l’operazione e aveva ancora nella gamba pezzi metallici dell’arma da fuoco che lo ha ferito.
Era sfinito, troppo esausto per parlare.
Mi ha detto solo che sono sottoposti a costanti torture fisiche e psicologiche. Non sanno nulla di quanto accade fuori dalla loro cella”.
Altre madri mi avvicinano, tutte vogliono raccontarmi la loro storia, ma è tardi, ci vedremo il pomeriggio successivo.

Laura

Una signora e la sua famiglia insistono perché vada a dormire a casa loro. Lungo la strada ci imbattiamo in una specie di blocco: due blindati e numerosi poliziotti col mitra.
Ci vengono incontro, ma quando notano la mia presenza ci lasciano passare.
Mentre aspettiamo il bus, una ragazza mi racconta di suo fratello: “Un giorno aspettava l’autobus, proprio dove siamo noi ora, la polizia si è avvicinata e lo ha preso.
E’ stato trattenuto per cinque giorni durante i quali non gli è stato permesso di contattare né la famiglia, né un avvocato.
Lo hanno torturato senza alcuna pietà, tanto che ha avuto un attacco di cuore, e aveva solo vent’anni!
E’ evidente che il loro scopo è quello di ridurci al silenzio, di annientarci, ma non ci riusciranno mai e dovranno pagare per la loro barbarie”.
La casa di Laura è molto semplice: la polizia ha sequestrato tutto nelle precedenti perquisizioni. Suo marito e sua figlia sono chiusi da anni in prigione: sua figlia è ancora in attesa di giudizio.
Mi spiegano l’atmosfera da vero e proprio stato di guerra che si respira in Turchia: “Bisogna controllare ogni singola parola che esce dalle nostre labbra, anche un solo errore ci porterebbe al commissariato”.

Il giorno seguente ho incontrato una donna e due uomini che erano nelle prigioni dove c’è stata l’operazione, paradossalmente chiamata “ritorno alla vita”, i loro racconti sono agghiaccianti.
“L’attacco militare è stato molto violento: a causa della gran quantità di gas lacrimogeni era impossibile respirare e capire quanto stava accadendo, lo stato confusionale dei detenuti era totale. Molti erano incapaci di alzarsi dai letti perché in sciopero della fame da più di un mese.
C’era una pioggia di bombe e proiettili, i soldati sparavano su chiunque si trovasse a tiro. Stupri con manganelli, torture sessuali spietate contro le detenute, “passeggiate” sulle schiene dei detenuti gettati a terra, bastonate, linciaggi, le violenze sono continuate anche nel corso dei trasferimenti nelle carceri speciali e negli ospedali”.
“I detenuti sono nudi, privi di tutto, coperte, luce, riscaldamento, acqua, zucchero: almeno 350 detenuti sono in fase terminale, le loro condizioni fisiche sono estremamente critiche e non arriveranno a vivere fino a febbraio”.

La polizia Ad un certo punto entra la polizia nella sede dell’associazione; cerco di capire che cosa vogliono, ma una donna mi prende per mano e mi trascina in una piccola cucina.
Ci nascondiamo in un angolo, lontane dagli sguardi dei poliziotti.
“Io abito molto lontano dalla prigione dove hanno messo mio figlio” mi racconta “Dopo l’operazione sono riuscita a vederlo una sola volta e per pochissimi minuti.
Non potevo toccarlo perché la conversazione era solo telefonica e c’era il soldato che ascoltava tutto.
Quando lo hanno portato da me, non riusciva a stare in piedi, era nudo con una sudicia coperta sulle spalle. Aveva il naso e le costole rotti, non riusciva a muovere le mani ustionate.
Lo hanno messo in totale isolamento, senza dargli neppure l’acqua, al freddo e al buio. Le condizioni in cui li tengono sono disumane”.

Una ragazza aggiunge con rabbia: “Questo sistema è ingiusto e criminale! Il governo è colpevole di torture, repressione, terrore e massacri: ogni giorno inventa nuovi tipi di prigioni, più sofisticate e mirate all’annientamento psicofisico di coloro che non la pensano allo stesso modo.
A chi parla di democrazia in Turchia, chiedo cosa pensa di queste prigioni e del sistema che ne regola il funzionamento.
La gente qui non si sente sicura a manifestare per le strade: ogni piccola agitazione di protesta, anche la più pacifica, è vista come un crimine, la tortura, invece, è considerata un incidente isolato.
In Turchia, questa, è la storia di tutti i giorni, la nostra vita è fatta di tortura e violenza”. Per noi è giunta l’ora di tornare in Italia. Le madri mi ringraziano.
Mi ringraziano, ma di cosa?

Al mio rientro in Italia ho appreso che molte delle persone che ho incontrato e conosciuto sono state arrestate. Centinaia di persone moriranno nei prossimi giorni, nel silenzio, e il loro posto verrà occupato dai loro famigliari e da quanti altri hanno protestato e cercato di fermare questo massacro.

(Di Filomena Santoro)

Fonte: www.womenews.net

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