Le brutte sorprese degli ovetti Kinder

 Le brutte sorprese degli ovetti Kinder |
(Aggiornato il: 25 Giugno 2001)

Chi ha visto il laboratorio da cui escono gli ovuli di plastica della Kinder Ferrero?

PANKOTA (Romania) – Nell’ovetto colorato di Joana e Mariana e Krina, il Sol dell’Avvenire turbo-liberista ha messo una bella sorpresa: la proroga quotidiana del lavoro se arrivano ciascuna a montare mille pezzi al giorno.
Minimo minimo: 900. Cosa vuol dire, che se non arrivano alla soglia vengono licenziate in tronco? “Ma no”, risponde amabile la kapò: “Chi non ce la fa non viene mai buttata fuori: se ne va da sola”.

Dovreste vederlo, il laboratorio da cui escono gli ovuli di plastica della Kinder Ferrero coi pinguini, le farfalline e le macchinine che piacciono tanto ai nostri piccini. Immaginatevi una grande fabbrica sgangherata e pericolante sulla strada che solca Pankota, un paese agricolo vicino a Timisoara, ammazzato da piani quinquennali capaci di far morire le vigne e rendere sterili i conigli.

Immaginate: scrostate i muri, incrinate le piastrelle, spaccate un po’ di vetrate, buttate un mucchio di rifiuti nel cortile e salite al primo piano.
Aprite una porta e sarete in una stanza dove decine di Joana, Mariana e Krina (i nomi sono inventati: non vorrei si licenziassero da sole) preparano gomito a gomito scatoloni di sfere da mettere negli ovetti di cioccolata.
Nel loculo accanto, di due metri per due, riscaldate da una vetusta stufa a legna, lavorano in quattro, a cottimo, a ritmi da far spavento, manovrando certe macchinette punzonatrici, che se ci lasci sotto un dito, addio.
Contente? Ridono: “Tutto bene, paga buona, padroni gentili”.

È questo il modello suggerito dagli industriali trevisani che verranno giù a celebrare l’inizio dell’anno produttivo a Timisoara? Per carità: competitività raggiunta. Alla grande.
Non c’è , India o Gabon che ti offrano come la Romania gli spazi, le lusinghe fiscali, le operaie disposte a lavorare a cottimo in topaie come quella di Pankota per 170 mila lire italiane a un’ora di volo dal Nordest.
Per non parlare del risvolto erotico, goduto perfino da una “missione umanitaria” piemontese chiusa con un interscambio culturale

È bene però che gli italiani conoscano il prezzo che tutti noi paghiamo, in immagine, facendo la parte dei colonizzatori.
Certo, centinaia di imprenditori straordinari veneti, lombardi ed emiliani, costretti a portare qui una parte della produzione per mancanza da noi di terreni ed operai, rinunciano tutti i giorni ad approfittare fino in fondo della libertà totale di fissare stipendi e stabilire orari e licenziare gente.
E non c’è dubbio che, piuttosto che la fame o l’emigrazione sui gommoni, le campagne e le periferie romene vorrebbero dieci, cento, mille ruderi produttori di ovetti con sorpresa.

In cambio, però, stiamo spesso chiedendo troppo.

Cominciano a esser troppi, per ambientalisti quali Dan Jonescu della facoltà di silvicoltura di Brasow, i cacciatori che vengono a togliersi sfizi in Italia proibitissimi, quali la battuta all’oca (60 mila lire a capo: niente) o all’orso bruno dei Carpazi (da dieci a venti milioni: niente).

Troppi gli industriali che rilevano, o fanno lavorare quali contoterzisti laboratori o stabilimenti conciari impegnati in lavorazioni che in Europa sono vietate. Troppi i nostri mediatori che rifilano bidoni sia agli italiani sia ai romeni. Troppi i pezzi d’arte “palesemente rubati nelle chiese o perfino nei cimiteri”, come spiega un commerciante lombardo, che finiscono nelle vetrine dei nostri antiquari. Troppi gli alberi dello straordinario patrimonio boschivo, il polmone verde più ricco e vitale dell’Europa meridionale, abbattuti per rifornire le nostre gigantesche segherie e i nostri mobilifici.

Le foreste statali, spiega Nicolai Donita dell’università di Cluj, in qualche modo reggono all’abbattimento progettato. I boschetti da pochi ettari restituiti ai vecchi proprietari dopo la caduta del comunismo, però, sono già stati in buona parte buttati giù. “Si metta al posto di un contadino che non ha niente se non dieci querce piantate dal nonno di suo nonno”, spiega Tiberio Grunwald, un giovane italiano d’origine ungaro-romena che fa il consulente di cooperazione internazionale per l’Ag.fo.l e sta mettendo su il progetto “Marco Polo” voluto (anche per saltare i mediatori troppo spregiudicati) dalle Università di Padova e di Arad: “Si metta al suo posto: cosa direbbe se le offrissero venti volte il suo stipendio di un anno per i vecchi alberi dietro casa?”.

Quattrocento mila ettari di bosco “privato” stanno via via finendo in trucioli e comò, mentre le nostre segherie, come spiega Mario Moretti Polegato, “si lamentano perché anzi si taglia troppo poco”.
E altri due milioni di ettari stanno per essere distribuiti con la privatizzazione prossima ventura. Auguri. Chi glielo fa fare, agli imprenditori più aggressivi, di tornare in Italia? Troppe tasse, troppi verdi, troppe regole. Ciò che è più grave, però, è che i loro colleghi perbene (tanti) che vorrebbero sul serio poter continuare a produrre in modo competitivo nelle campagne estensi o nella valle del Sangro, nella piana di San Severo o sui colli udinesi, non sembrano avere oggi alcuna possibilità di farcela. Mettetevi al posto di un calzaturiero veneto e immaginate di voler portare operai di Timisoara di cui siete entusiasti in Italia a costo di pagarli 10 volte di più: impossibile.

Il nostro consolato a Bucarest, per cominciare, ignora il telefono, come raccomandava una circolare di Gaspari: “Gli impiegati non sono tenuti a rispondere perché non è accettabile l’assunto secondo cui la richiesta di un colloquio con tale mezzo possa essere giustificata da ragioni di pubblico interesse. È evidente, infatti, che il cittadino, ove abbia effettive ragioni da presentare, può disporre di strumenti ben più efficaci quali l’accesso diretto agli uffici competenti”. Tutti lì, in coda.

Giorni di apertura del consolato: tre. Martedì, mercoledì e giovedì. Solo la mattina. Non bastasse questo e non bastasse la montagna incredibile di carte richieste (compresa la surreale prenotazione di un albergo, da fare prima che sia fissata la data del visto!) un romeno deve fare una coda di un giorno intero, in piedi, nella calca (c’è chi compra un “segnaposto” umano per 50 dollari) per ricevere la data in cui gli è concesso di mettersi in coda un’altra volta per presentare i documenti. Un delirio che solo un burocrate pazzo può avere ideato.

Contemporaneamente, mentre quelli assediano a centinaia la nostra sede consolare, o si rovesciano a Gorizia attraversando clandestinamente il confine, non solo Germania, Francia e Spagna, ma perfino Portogallo e Grecia stanno portandosi via la crema romena: manager, programmatori, sistemisti, infermieri, ingegneri. Per non dire dell’aristocrazia operaia di cui il Nordest ha fame: tornitori, saldatori, specialisti vari. Tutti scelti, uno ad uno, con selezioni mirate fatte da équipe di lavoro in giro per la Romania sulla base di progetti chiari e definiti.

Come quello della Francia, che per risistemare i boschi dopo una serie di incendi catastrofici, si è portata via 3.000 dei migliori forestali e giardinieri. O della Germania, che ogni tanto rastrella i più bravi programmatori elettronici, offrendo loro l’alloggio e 100 mila marchi l’anno col patto che nessun altro della famiglia (“ci servono programmatori: solo loro”) può lavorare.

Anche l’Ag.fo.l, dopo l’autodenuncia di un gruppo di case di riposo venete (“non troviamo personale: non possiamo garantire l’assistenza”) ha presentato un progetto simile per portare in Italia alcune centinaia di infermieri. E per ridurre al minimo le grane burocratiche ha proposto un corso di laurea breve, da tenere qui in Romania, copiato riga per riga dal programma dell’Università di Padova. Pensate sia andato in porto?

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