Banche e armi

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Le esportazioni italiane di armi si vanno collocando sui 2.000 miliardi di lire l’anno, senza contare l’export “strategico” a doppio uso civile-militare (2.227 miliardi nel ’98) e le armi leggere, ormai quasi del tutto assenti dalle autorizzazioni rilasciate sulla base della legge 185 del ’90 perché vendute come armi “civili”.

Agenziastampa per i Consumi Etici e Alternativi
Comunicato 39 del 2-9-99
Rilanciato da Misna

NIGRIZIA DENUNCIA: “CHE BANCHE ‘ARMATE’ CHE ABBIAMO”

Ubae Arab Italian Bank, Credito Italiano, San Paolo di Torino… (anche Ambroveneto!): ecco la lista aggiornata delle banche italiane che si (eci) arricchiscono sostenendo l’export bellico. Soprattutto verso il sud e l’est. Ce lo spiega una relazione insolitamente dettagliata, di marca Ciampi.
“Come al solito, la relazione sull’export italiano di armi nel ’98 è passata inosservata in sede politica. Presentata dal presidente del consiglio Massimo D’Alema in parlamento il 31 marzo scorso, questa volta pero` ha una particolarità: è un volumone di 565 pagine, contro le circa 300 dei documenti prodotti dai governi precedenti. Inoltre piu` della metà del rapporto (l'”Allegato E” con 311 pagine) è una specie di resoconto del ministero del tesoro, che negli anni anteriori occupava appena una trentina di fogli.

Sono trecento pagine cruciali, dense di nomi, cifre e dettagli delle operazioni di vendita all’estero per banca, impresa, paese di destinazione, autorizzazione e contenuto della fornitura. Insomma tutto quello che, nel resto della relazione, è confuso o “censurato” per “salvaguardare la riservatezza commerciale”, come era stato spiegato da un sottosegretario nel ’95. Dalla Arab Italian Bank a Unicredito Italiano, dall’Aermacchi a Finmeccanica, dall’Eritrea al Pakistan alla Turchia, i funzionari del ministero del tesoro – guidato al momento della stesura della relazione dall’attuale presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi – ci offrono uno spaccato dell’operatività e del giro di soldi delle esportazioni italiane di armamenti.

Da tempo non si vedeva una cosa del genere. Nel 1998 le operazioni bancarie autorizzate connesse all’export italiano di armi sono ammontate a 1.236 miliardi di lire (1.114 miliardi di operazioni effettive), piu` gli “importi accessori” (compensi di mediazione). Un po’ meno del volume complessivo di esportazioni autorizzato dal governo: 1.838 miliardi di lire. Ma nelle transazioni bancarie si riflettono operazioni che durano da anni, grosse commesse che i paesi importatori, soprattutto quelli più poveri del mondo, stanno pagando da molto tempo. E il Sud (e l’Est) sono tornati ormai da qualche anno ad essere i principali destinatari delle armi italiane, dopo la breve parentesi dei primi anni ’90 in cui la legge 185 – quella sul commercio delle armi – veniva applicata con un po’ di rigore e i clienti delle zone più povere e più “calde” del pianeta erano diventati pochi. E invece la classifica ’98 delle esportazioni comincia con un mega-contratto con la Siria, l’ex “stato che appoggia il terrorismo internazionale”: 229 milioni di dollari, circa 400 miliardi di lire, per la fornitura da parte di Finmeccanica, la holding pubblica dell’industria degli armamenti, e precisamente della sua divisione Officine Galileo, di 500 “sistemi di derivazione Turms”.

Si tratta di sistemi di controllo del tiro per carri armati: Damasco aggiornerà i suoi corazzati di marca sovietica con sofisticate apparecchiature occidentali. Come aveva gia` fatto la Repubblica Ceca, che nel ’96 aveva acquistato 355 di questi sistemi, un altro maxi-contratto da oltre 400 miliardi. Siria e Repubblica Ceca sono infatti i paesi in testa per operazioni bancarie con l’Italia nel ’98. Ma le operazioni dello scorso anno con Praga riguardano una nuova commessa: 75 radar avionici Grifo della Fiar (148 miliardi di lire) da installare sui nuovi aerei addestratori cechi L-159. E se per la Repubblica Ceca la Fiar si appoggia al Credito Italiano, ora Unicredito Italiano, la fornitura multimiliardaria alla Siria passa per l’Ubae Arab Italian Bank, che con 358 miliardi di operativita` scalza le maggiori banche nazionali in testa alla classifica degli istituti di credito che hanno sostenuto le esportazioni di armi italiane. L’Ubae e` controllata dalla Libyan Arab Foreign Bank di Tripoli (40% del capitale) – nessun problema dunque neanche con Tripoli, come confermato recentemente dal ministro degli esteri Dini – e tra i suoi soci italiani vede la presenza di Banca di Roma (16,6%), Monte dei Paschi, Bnl e San Paolo di Torino, nonchè di Telecom
Italia (2%).

RADAR, AUTOCARRI E CANNONI. È ancora il radar della Fiar il protagonista delle consistenti operazioni con il Pakistan: 85 miliardi di lire per un’ordinazione di 100 sistemi che risale al 1994, e di cui Islamabad paga una consistente rata nel ’98 tramite il Banco di Napoli. I radar stanno consentendo in questi anni all’aeronautica pakistana di modernizzare l’avionica sia dei caccia di costruzione cinese F-7 che dei Mirage acquistati dalla Francia. Giusto in tempo per lo scontro con l’India. Al riarmo del Pakistan partecipano anche la Iveco-Fiat, fornendo autocarri (66 per un valore di 14 miliardi di lire, banca d’appoggio ancora Unicredito), e la Cosmos di Livorno, che continua a fornire parti di ricambio per i suoi minisommergibili Sx-756, venduti negli anni ’80, e ad incassare tramite la Banca Commerciale Italiana (Comit). La Comit sembrava negli ultimi anni leader indiscussa delle “banche armate”.

E invece nel ’98 si ritrova solo quarta per nuove autorizzazioni, anche se ancora prima per movimenti “segnalati”, dove contano le grandi commesse navali degli ultimi anni in Estremo Oriente: 39,6 milioni di dollari (quasi 69 miliardi di lire) è la “rata” ’98 pagata dalla Thailandia, via Comit, per i due cacciamine Intermarine (una commessa del 1996), e 38,2 milioni di dollari (66 miliardi di lire) quella della Malaysia per le corvette missilistiche Fincantieri – quelle cosiddette ex-Iraq perchè originariamente, negli anni ’80, costruite per Baghdad – vendute nel 1997. Dopo l’Ubae invece troviamo, per volume di operatività (307 miliardi), Unicredito Italiano – ancora Credito Italiano fino all’ottobre scorso quando e` stato avviato il nuovo gruppo bancario comprendente anche la Banca Crt (Torino), Cariverona, Cassamarca, Rolo Banca e la trentina Caritro – che, oltre a Repubblica Ceca e Pakistan è, tra l’altro, l’appoggio bancario quasi esclusivo delle operazioni con la Romania, in particolare della commessa ’97 da 85 milioni di franchi svizzeri della Oerlikon-Contraves per cannoni e sistemi radar antiaerei, e delle esportazioni in Botswana.

Con la Romania lavora anche il San Paolo di Torino, terzo in classifica, che è la principale banca per le esportazioni negli Stati Uniti, ma anche in Eritrea e in Ghana. Nel ’98 l’Eritrea paga, tramite il San Paolo, 5 milioni di dollari di rata della commessa ’96 da 50 milioni di dollari per 6 aerei caccia Mb-339c dell’Aermacchi, particolarmente notati in combattimento nella guerra in corso con l’Etiopia. Il Ghana dal canto suo versa i suoi oltre 2 milioni di dollari annui di quota per l’acquisto, fatto nel 1993, di 2 Mb-339a e 3 Mb-326k, sempre dell’Aermacchi. Ed è già tanto vedere questi aerei tra le esportazioni autorizzate, perche’ i 6 aerei leggeri Sf-260 ex Siai-Marchetti, oggi anch’essi Aermacchi, venduti allo Zimbabwe tra il ’97 e il ’98, non figurano da nessuna parte, essendo stati declassificati a mezzi “civili” da addestramento, anche se usati da sempre, dalla Birmania al Burundi, in funzione antiguerriglia. Ci sono invece gli M-290 Redigo, altri aerei “addestratori” prodotti dall’Aermacchi su licenza finlandese, venduti al Messico. Si tratta della principale operazione intermediata dalla Banca Nazionale del Lavoro, quinta azienda di credito per volume d’affari bellici, dopo il quarto posto della Comit, e banca d’appoggio anche per le forniture italiane al Sudafrica (1,5 miliardi di lire nel ’98).

BANCA ETICA CI RIPENSA. Non figura in quanto tale nella classifica delle banche Banca Intesa, mentre troviamo le aziende del gruppo. Cariplo continua ad incassare, per conto dell’Agusta, oggi divisione di Finmeccanica, i pagamenti delle Filippine (oltre 7 milioni di dollari l’anno passato) per il contratto da 52 milioni di dollari del 1992 per la costruzione in loco di aerei leggeri Sf-260 e S-211. Stesso cliente, Agusta Finmeccanica, e destinatari ancora più controversi per il Banco Ambrosiano Veneto, che figura come banca d’appoggio per l’esportazione di parti di ricambio di elicotteri militari in Turchia e in Perù. E c’è anche il Credit Agricole Indosuez, che fa capo al socio francese di maggioranza (23,5%) di Banca Intesa, la Caisse Nationale de Credit Agricole, e che intermedia la fornitura di parti di ricambio elicotteristiche Agusta in Libano. Ma con l’Ambroveneto c’e` anche un’altra storia: la banca si era avvicinata negli ultimi anni a Banca Popolare Etica e sembrava aver preso un impegno a rinunciare a questo tipo di operazioni.

Invece il vizietto torna puntuale. Banca Etica ha già deciso di concludere ogni rapporto. Ed Etimos – il nuovo nome del Consorzio Ctm-Mag – ora impegnato nel microcredito nel sud del mondo, ha deciso di chiudere il conto che teneva aperto presso l’Ambroveneto per le operazioni con l’estero: “Non possiamo lavorare per il credito ai poveri in Perù mentre la banca dove ci appoggiamo contribuisce alla violazione dei in quel paese”, spiegano i dirigenti.

ATTENTI A QUELL’UE. Nel 1998 sono state autorizzate forniture di armi da parte dell’industria bellica italiana per 1.838 miliardi di lire, il 6% in più dell’anno precedente. La crescita è ancora più consistente se si considerano i quasi 300 miliardi per prestazioni di servizi autorizzati dal ministero della difesa, il triplo del ’97. Anche i movimenti doganali effettivamente svolti, pari a 1.945 miliardi, sono superiori a quelli dell’anno prima, se – come ha proposto Oscar, l’Osservatorio sul commercio delle armi dell’Istituto di ricerche economiche e sociali (Ires) toscano – il dato 1997 viene depurato da alcuni errori contabili e quindi corretto a 1.487 miliardi. Insomma le esportazioni italiane di armi si vanno collocando sui 2.000 miliardi di lire l’anno, senza contare l’export “strategico” a doppio uso civile-militare (2.227 miliardi nel ’98) e le armi leggere, ormai quasi del tutto assenti dalle autorizzazioni rilasciate sulla base della legge 185 del ’90 perche’ vendute come armi “civili”.

Eppure nella relazione di quest’anno del governo D’Alema sull’export militare si ritrovano le consuete lamentazioni sulla “perdita allarmante di quote di mercato” da parte dell’industria italiana. Si parla di “europeizzazione” – presunto sinonimo di minore rigidità normativa – e si annuncia un disegno di legge governativo di modifica della legge 185/90. Tra i contenuti di questa proposta – secondo Oscar – vi potrebbero essere un ‘applicazione “caso per caso”, eliminando “pericolose generalizzazioni”, dei divieti previsti all’articolo 1 della legge (divieto di esportare a paesi in guerra, che violano i diritti umani, ecc.), e la non applicazione della legge italiana, ossia una “cessione di responsabilita`” all’esportatore finale (europeo), per quei sistemi d’arma che hanno componenti prodotte in Italia, ma assemblaggio finale in un altro paese dell’Unione. “L’abdicazione del potere politico nella gestione delle esportazioni di armamenti può comportare rischi gravi in termini di pace, di sicurezza internazionale e di promozione dei diritti umani”, scrive Chiara Bonaiuti dell’Ires nell’ultimo numero del bollettino dell’osservatorio di Firenze, significativamente intitolato “La legge smantellata”.

(Di Francesco Terreri, dalla rivista “Nigrizia“)

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