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I VEDA
SRI AUROBINDO E LA MADRE
Basandosi sul fatto che la spiritualità della Madre e di Sri Aurobindo non
rifiuta la vita e le sue manifestazioni, ma invita invece a cercarne la loro perfezione,
si è voluto predisporre una serie di opuscoli, tra cui il presente libretto, che
raccolgano citazioni dalle opere della Madre e di Sri Aurobindo su soggetti specifici,
con l'intento di scoprire i vari aspetti della natura umana, così che ciascuno possa
trovare un aiuto nel tentativo di modellare la propria esistenza e l'ambiente che
lo circonda verso una perfezione sempre più grande. Invitiamo i lettori a non dimenticare
che i passaggi riprodotti sono estratti da un contesto molto più ampio e che una
compilazione, per sua natura, risente inevitabilmente di un approccio personale.
Noi ci auguriamo che questi opuscoli rappresentino uno stimolo per approfondire
gli argomenti direttamente dalle opere originali.
<I VEDA>
I Veda sono la creazione di una antica struttura mentale intuitiva e simbolica,
alla quale la mente successiva dell'uomo, fortemente intellettualizzata e governata
da un lato dall'idea razionale e da concezioni astratte, dall'altro dai fatti della
vita e della materia accettati per come essi si presentano ai sensi ed all'intelligenza
senza ricercare in essi alcun significato divino o mistico, abbandonandosi all'immaginazione
come gioco della creatività estetica piuttosto che come possibilità di apertura
delle porte della verità e confidando nei suoi suggerimenti solo quando essi sono
confermati dalla ragione o dall'esperienza fisica, esclusivamente consapevole di
intuizioni prudentemente intellettualizzate recalcitrante verso la maggior parte
delle altre, è cresciuta totalmente estranea.
Non è perciò sorprendente che i Veda siano diventati incomprensibili alle
nostre menti, tranne che nel loro aspetto linguistico più esteriore e conosciuti
inoltre molto imperfettamente per l'ostacolo costituito da una lingua antica e non
pienamente compressa, e che si siano fatte le più inadeguate interpretazioni per
ridurre questa grande creazione di una mente umana giovane e splendida a uno scarabocchio
pasticciato e mutilato, a un pot-pourri incoerente di assurdità di un'immaginazione
primitiva tesa a complicare ciò che altrimenti sarebbe l'assai semplice, uniforme
e comune testimonianza di una religione naturalistica che rispecchiava solo e solo
poteva servire i rozzi e materialistici desideri di una barbara mentalità di vita.
I Veda divennero poi, per l'idea scolastica e ritualistica di preti indù e
dei Pandit, niente di più che un libro di mitologia e di cerimonie sacrificali;
gli studiosi europei, ricercando in essi solo ciò che era di un qualche interesse
razionale - la storia, i miti e le nozioni religiose popolari di una razza primitiva
- hanno tuttavia fatto il torto peggiore ai Veda e insistendo su una interpretazione
totalmente esteriore li hanno spogliati ancor di più del loro interesse spirituale
e della loro bellezza e grandezza poetica.
Ma così non era per i Rishi vedici, o per i grandi veggenti e pensatori che
li seguirono e svilupparono dalle loro intuizioni luminose e pregnanti una propria,
meravigliosa struttura di pensiero e parola costruita su una rivelazione spirituale
e un'esperienza senza precedenti. I Veda furono per questi antichi veggenti il Mondo
che scopriva la Verità rivestendo di immagini e di simboli i significati mistici
della vita.
Fu una scoperta e uno svelarsi divini della potenza della parola, della sua
misteriosa capacità di rivelazione e di creazione, non la parola dell'intelligenza
logica, razionale o estetica, ma quella di una ritmica espressione intuitiva e ispirata,
il mantra.
Immagine e mito vennero liberamente usati, non come un indulgere all'immaginazione,
ma come simboli e parabole viventi di cose estremamente reali per chi le pronunciava
e che non potevano trovare altrimenti la loro forma espressiva più intima e originale,
e l'immaginazione stessa diventava l'officiante sacro di realtà più grandi di quelle
che incontrano e trattengono l'occhio e la mente limitati dalle suggestioni esterne
della vita e dell'esistenza materiale.
Questa era la loro concezione del poeta sacro, una mente visitata da qualche
più alta luce e dalle sue forme in idea e parola, un veggente e un uditore della
Verità, kavayah satyastrutayah.
I poeti dei versi vedici non contemplavano la propria funzione come è immaginata
dagli studiosi moderni, essi non si consideravano una sorta di stregoni compositori
di inni e di formule magiche al vertice di una rozza e barbara tribù, ma veggenti
e pensatori, rsi dhira.
Questi cantori furono convinti di possedere una alta verità mistica e occulta,
pretesero di essere i latori di un linguaggio idoneo a una conoscenza divina, e
parlarono esplicitamente delle loro forme espressive come di parole segrete che
dichiarano il proprio significato pieno solo al veggente, kavaye nivaanani vacamsi.
E per quelli che vennero dopo di loro i Veda furono libri di conoscenza, e proprio
della conoscenza suprema, una rivelazione, una grande espressione di eterna e impersonale
verità quale vista ed udita nell'esperienza interiore di pensatori ispirati e semidivini.
Le più insignificanti circostanze delle cerimonie sacrificali per le quali gli inni
furono scritti sostenevano un potere significante simbolico e psicologico, come
era ben noto agli autori degli antichi Brahmana.
I versi sacri, ciascuno in se stesso tenuto ad essere pieno di un significato
divino, furono intesi dai pensatori delle Upanishad come le profonde e pregnanti
parole originarie delle verità che essi cercavano, e la più alta legittimazione
che poterono dare alle loro espressioni sublimi fu una citazione dei loro predecessori
con la formula tad esa rcabhyukya, "questa è la parola che fu pronunciata nel Rig
Veda"...
Ma il semplice buonsenso dovrebbe dirci che coloro che furono così vicini,
in tutti i sensi, ai poeti originali, dovevano possedere una migliore possibilità
di fare propria almeno la verità essenziale sulla questione e ci suggerisce la forte
probabilità che i Veda furono realmente ciò che pretendono di essere, la ricerca
verso una conoscenza mistica, la prima forma del costante tentativo della mente
indiana, al quale essa è sempre stata fedele, di guardare aldilà delle apparenze
del mondo fisico e, attraverso la propria esperienza interiore, alla divinità, ai
poteri, all'immanenza dell'uno del quale i saggi parlano in molti modi - la famosa
frase nella quale i Veda esprimono il loro più centrale segreto, ekam sad vipra
bahudha vadanti. Il carattere più vero dei Veda può essere meglio compreso
esaminandoli in qualsiasi punto e interpretandoli chiaramente in relazione alle
loro frasi ed immagini... se li leggiamo per quello che sono senza nessuna falsa
traduzione in ciò che pensiamo dovrebbero avere detto dei barbari primitivi, troveremo
invece una poesia sacra suprema e potente nelle sue parole e nelle sue immagini,
sebbene in altro genere di linguaggio e di fantasia creativa rispetto a quelli che
noi oggi predilegiamo e apprezziamo, profonda e sottile nell'esperienza psicologica
e stimolata da un'anima di visione ed espressione profondamente partecipe.
I poeti dei Veda possedevano una mentalità diversa dalla nostra, il loro
uso delle immagini è di un genere peculiare e una antica tendenza della loro capacità
visiva dona un profilo strano alle loro espressioni. Il fisico ed i mondi
fisici furono ai loro occhi una manifestazione, una duplice e varia, e tuttavia
connessa e omogenea rappresentazione di divinità cosmiche, la vita interiore ed
esteriore dell'uomo una divina relazione con gli dèi, e dietro ogni realtà esisteva
il solo Spirito od Essere del quale gli dèi erano nomi e personalità e poteri.
Queste divinità furono ad un tempo signori della Natura fisica e delle sue
forme e dei suoi principi; i loro dèi, i loro corpi e gli intimi poteri divini con
le loro corrispondenti condizioni ed energia sono innati nel nostro essere psichico
perché essi sono i poteri spirituali dell'universo, i guardiani della verità e dell'immortalità,
i figli dell'infinito e ciascuno di essi è anche nella sua origine e nella sua realtà
ultima lo Spirito supremo che evidenzia uno dei suoi aspetti. La vita dell'uomo
fu per questi veggenti una realtà combinata di verità e menzogna, un movimento dal
mortale all'immortale, da una commistione di luce e di oscurità allo splendore di
una verità divina la cui dimora è al di sopra, nell'infinito ma che può essere costruita
nell'anima e nella vita dell'uomo, una battaglia tra i figli della luce e quelli
della notte, l'ottenimento di un tesoro, della vera ricchezza, la ricompensa garantita
dagli dèi all'uomo guerriero, un'avventura ed un sacrificio; e di questa realtà
essi parlarono all'interno di un sistema stabilito di immagini prese dalla Natura
e dalla circostante vita guerriera, pastorale e agricola della gente ariana, centrato
intorno al culto del fuoco, all'adorazione dei poteri viventi della natura e alla
cerimonia del sacrificio.
Ogni dettaglio dell'esistenza profana e del sacrificio erano simboli nella
loro vita e nelle loro attività, nella loro poesia, non simboli morti o metafore
artificiali, ma viventi e potenti suggestioni, controparti di realtà interiore.
Ed essi usarono inoltre nella loro espressione un corpo stabilito e tuttavia variato
di altre immagini e uno splendido tessuto di mito e parabola, immagini che diventavano
parabole, parabole che diventavano miti, miti che restavano comunque immagini, e
tuttavia tutte queste cose costituivano per essi, in un modo che può essere compreso
di un certo genere di esperienze psichiche, realtà effettive.
Il fisico scioglieva le sue ombre negli splendori dello psichico, lo psichico
cresceva nella luce dello spirituale e non esisteva alcuna linea netta di divisione
in questi passaggi, ma una fusione naturale e una compenetrazione delle loro suggestioni
e dei loro colori. E' evidente che una poesia di questo genere, composta da
uomini con questo genere di visione o immaginazione, non può essere né interpretata
né giudicata dai modelli di una ragione e di un gusto fedeli ai soli canoni dell'esistenza
fisica. L'invocazione "Appari o lampo di luce e vieni a noi!" evoca ad un tempo
il fenomeno dell'ascendere e del bagliore del potente fuoco sacrificale sull'altare
fisico e un corrispondente fenomeno psichico, la manifestazione di una fiamma redentrice
di un potere e una luce divina dentro di noi. Il... critico schernisce
la sfrontata e audace e per lui mostruosa immagine nella quale Indra figlio della
terra e del cielo crea il proprio padre e la propria madre; ma se ricordiamo che
Indra è lo spirito supremo in uno dei suoi aspetti eterni e immortali, creatore
del cielo e della terra, divinità cosmica generata tra il mondo fisico e quello
mentale per ricostruire i loro poteri nell'uomo, vedremo come l'immagine non sia
solo una efficace, ma una vera e rivelatrice rappresentazione, e per la tecnica
vedica poco importa se fa violenza alla nostra immaginazione dal momento che esprime
una più grande realtà come nessuna altra avrebbe potuto con la stessa consapevole
attitudine e la stessa vivida forza poetica.
Il toro e la Vacca dei Veda, gli splendenti pastori del Sole celati nella
grotta sono creature abbastanza strane per la mente fisica, ma non appartengono
alla terra e nella loro sfera sono ad un tempo immagini e realtà effettive piene
di vita e di significati. E' in questo modo che, dall'inizio alla fine, dobbiamo
comprendere e riconoscere la poesia vedica secondo il proprio spirito, la propria
visione e la verità psichicamente naturale, anche se per noi estranea e sovrannaturale,
delle sue idee e delle sue immagini. I poeti vedici sono maestri dalla
tecnica consumata, i loro ritmi sono scolpiti come carri degli dèi e portati da
grandi e divine ali di suono ad un tempo concentrati e dilatati, ampi nel movimento
e sottili nella modulazione, il loro discorso è lirico per intensità ed epico per
elevazione, un'espressione di grande potere, pura e intrepida e dallo splendido
profilo, dall'effetto diretto e incisivo, pienamente profusa di senso e di suggestione
così che ogni singolo verso esiste allo stesso tempo come cosa definita ed autonoma
e come ampia connessione tra ciò che è venuto prima e quanto lo segue.
Una sacra tradizione sacerdotale fedelmente osservata diede loro sia forma che significato,
ma questo significato consisteva nelle più profonde esperienze psichiche e spirituali
delle quali l'anima dell'uomo è capace e raramente o mai le forme degeneravano in
convenzione, poiché ciò che dovevano trasmettere era vissuto interiormente da ogni
poeta e rinnovato in espressione nella propria mente attraverso le sottigliezze
e le maestrie della visione individuale. Le voci dei più grandi veggenti, Vishwamitra,
Vamadeva, Dirghtamas, e molti altri, toccano le più alte vette e latitudini di una
poesia mistica e sublime ed esistono poemi come l'Inno della creazione che si innalzano
in tremenda chiarezza alle sommità di pensiero sulle quali si muovono costantemente,
con una maggiore ampiezza di respiro, le Upanishad.
La mente dell'antica India non sbagliò nel riallacciare tutta la sua
filosofia, la religione e le realtà essenziali della sua cultura a questi poeti-veggenti,
poiché la futura spiritualità del suo popolo è là contenuta in nuce o nell'espressione
originaria. E' una grande cura e un corretto comprendere gli inni vedici come
forma di letteratura sacra che ci aiuta a vedere il primo sviluppo non solo delle
idee-guida che hanno governato la mente dell'India, ma dei suoi tipi caratteristici
di esperienza spirituale, della sua forma mentale immaginativa, del suo temperamento
creativo e del genere di forme significanti con le quali essa ha costantemente rappresentato
il suo sguardo verso se stessa, la realtà, la vita e l'universo. Esiste
in gran parte della letteratura lo stesso genere di ispirazione e di espressione
che vediamo nell'architettura, nella pittura e nella scultura. Il suo
primo aspetto è un senso costante dell'infinito, del cosmico, di realtà viste come
parte della visione cosmica o da questa influenzate, dirette a favore o contro l'ampiezza
dell'uno e dell'infinito; la sua seconda peculiarità è una tendenza a vedere e interpretare
la propria esperienza spirituale con una grande ricchezza di immagini mutuate dal
piano psichico interiore oppure in immagini fisiche tramutate dall'azione di un
significato, un'impronta, una volontà di immagine psichici; e la sua terza inclinazione
è ad immaginare la vita terrestre spesso amplificata, come nel Mahabharata e nel
Ramayana, o altrimenti raffinata nelle trasparenze di una più vasta atmosfera, accompagnata
da un significato più grande di quello terrestre o comunque presentata sullo sfondo
dei mondi spirituali e psichici e non solo nella propria separata immagine.
Lo spirituale, l'infinito è vicino e reale e gli dèi sono reali e i mondi ulteriori
non tanto al di là quanto immanenti alla nostra esistenza.
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