Sul Morire

Sul Morire

“[…] per poter sperimentare la morte mentre siamo ancora vivi, dobbiamo abbandonare ogni sotterfugio mentale, ovvero tutto ciò che ci impedisce un’esperienza diretta […]. Siamo plasmati dal passato, dalle abitudini, dalla tradizione, dagli schemi di vita; siamo invidia, gioia, angoscia, zelo, godimento; ognuno di noi è questo, ovvero il processo di continuità […] ognuno è attaccato alle proprie opinioni, al proprio modo di pensare, ed ha paura che senza i suoi attaccamenti non sarebbe nulla; allora si identifica con la casa, la famiglia, il lavoro, gli ideali […] ma quanti sono quelli capaci di porre fine a tale attaccamento e realizzare il distacco?

È necessario comprendere i processi del pensiero, poiché la comprensione di ciò che chiamiamo pensiero è la cessazione del tempo […] il pensiero, tramite un processo psicologico, crea il tempo; il tempo poi controlla e configura il nostro pensiero […] il senso di continuità è stato edificato dalla mente, quella mente che guida se stessa per mezzo di precisi schemi e che ha il potere di creare ogni sorta di illusione, lasciarsi intrappolare da tutto ciò mi sembra una scelta tanto inutile quanto priva di maturità […].

[…]Non sappiamo neppure cos’è vivere, come potremo mai sapere cos’è la morte?

Vivere e morire potrebbero essere la stessa cosa, e il fatto che le abbiamo separate potrebbe essere fonte di grande sofferenza […]. Abbiamo separato la morte trattandola come un evento che accadrà alla fine della vita, tuttavia è sempre presente […]. Avendo paura di quella cosa che chiamiamo morte l’abbiamo separata dalla vita, relegandole entrambi in compartimenti stagni, separati l’uno dall’altro da spazi immensi […] Una mente imprigionata in tale processo non riuscirà mai a comprendere, comprendere è libertà; ma tra noi sono ben pochi coloro che vogliono essere liberi […] lasciamo che l’oceano della vita e della morte sia così com’è […] l’io che ha goduto, sofferto e conosciuto, potrà continuare?

L’io esiste solo a causa dell’identificazione con la proprietà, con un nome, una famiglia, con successi e fallimenti, con tutto ciò che siamo stati e vogliamo essere. Siamo ciò con cui ci siamo identificati: è di questo che siamo fatti, e senza di questo non siamo. Vogliamo che tale identificazionecon gli altri, con le cosa e le idee non abbia fine, persino dopo la morte; ma si tratta davvero di qualcosa di vivo? Oppure non è nient’altro che una massa di desideri contraddittori, di progetti, di successi, di frustrazioni, un groviglio in cui il dolore supera la gioia? […].

Meglio il conosciuto che il non conosciuto vero? Eppure il conosciuto è talmente piccolo, insignificante, limitante; il conosciuto è dolore, eppure si desidera che continui […]. Ci affanniamo molto per sapere, quando cessa ogni tentativo di sapere, c’è ancora qualcosa che la mente non è riuscita ad afferrare e a far quadrare. Il non conosciuto è infinitamente più grande del conosciuto: il conosciuto non è che un’imbarcazione in mezzo al mare del non conosciuto […] lasciamo che tutto scorra naturalmente […] la verità è assai strana: più la inseguiamo più ci sfugge. Non possiamo afferrarla in nessun modo, per efficace e astuto che sia; non possiamo imprigionarla nella rete del nostro pensiero.

Comprendetelo a fondo e lasciate andare tutto. Nel cammino della vita e della morte dobbiamo camminare da soli; è un viaggio durante il quale conoscenza, esperienza e memoria non possono offrire alcun conforto. La mente deve essere ripulita da tutto ciò che ha afferrato nel suo bisogno di trovare certezze; i suoi dèi e le sue virtù devono essere restituiti alle società che li hanno generati. Occorre raggiungere una solitudine completa e incontaminata […].”

(Jiddu Krishnamurti – frammenti liberamente estrapolati da “On living and dying”)

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