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SUL TERZO GIORNO

di Gaetano Barbella

PRIMA PARTE

Brescia, 29 luglio 2005

«Sul terzo giorno», un titolo promettente, ma su argomenti di ordine spirituale, farebbe pensare. Concezioni anch'esse risorgenti come fu per Gesù Cristo dopo la sua crocifissione sul Golgota. Invece, paradossalmente, la conclusione del presente saggio è sorprendentemente rivoluzionaria, perchè, pur esaltando le buone opere, dello zelante scriba Ani dell'antico Egitto dei faraoni, porta alla consapevolezza della necessità del buon “agio” da predisporre, nientemeno, per il dio del male Seth. Quindi non il primato delle forze del bene e la sconfitta di quelle del male, bensì uno strano compromesso! Può sembrare una bestemmia, eppure, “matematica” alla mano, si arriva a dover “esaltare” anche ciò che, invece, non si dovrebbe, quel dio Seth dei guai. Questo è il fatto saliente del presente scritto cui si arriva attraverso un itinerario che vede una coppia - questa volta - ben assortita, Spirito antico e Scienza moderna, che si ritrovano quasi ad amoreggiare fra loro. La legge di Ferrel, la sfericità terrestre, il magnetismo ed altro, diventano egregi “attaccapanni” per incomprese concezioni grazie a reperti imbellettati di questo o quel museo, più simili - in verità - a «bottiglie del naufrago» di un passato egizio, nel caso esaminato, per una potenziale resurrezione di un dì del futuro. Ecco, questi sono i fatti che ho cercato alla men peggio di porre in risalto e per il resto, come l'esposizione degli argomenti, forse non soddisferà i lettori eruditi indisposti alla disamina di scritti frammentati, simili ad un collage di cose in cui prevalgono argomenti presi a prestito di sana pianta. Ma ai lettori vogliosi di sapere, cosa importa di più, purificare «l'esterno del bicchiere e del piatto» o quella dell'interno di questi orcioli? Anche il Cristo, che proferì queste parole piene di sdegno, cercava di mostrare ai dotti del suo tempo, ma senza essere compreso, «la lucerna» del corpo che lui intendeva far porre sul «moggio». Quindi cosa importa di più, la scoperta di nuove concezioni forse vitali per la comprensione del mistero della vita e della morte perchè l'uomo ne sia meno schiavo, o la bella parata di un teatro scenico dell'arte del buon scrivere che nel mio caso può apparire carente. Ma è vero anche che si tratta di preziose «bottiglie del naufrago» da ritrovare e a ragione di ciò dovendo procedere in luoghi “impervi” ed “insalubri” non sempre è possibile far uso di “scafandri” o “tute protettive” cui dovrebbe provvedere la sorte e che inspiegabilmente nega. Questo per dire che quelle insolite bottiglie vanno trovate, per esempio, dal rottamaio. Mi sovviene una storia che traggo dal libro Śrĩmad-Bhãgavatam, una nota opera culturale della filosofia indiana dei Vedãnta. Si tratta del verso 6, capitolo IV, Canto Primo: «La Creazione».

«Come gli abitanti di Hastinãstinapura riconobbero Śrila Śukadeva Gosvãmĩ, figlio di Vyãsa, per il saggio che egli era, quando entrò nella città dopo aver errato per le provincie di Kuru e Jãńgala, con l'aspetto di un pazzo, privo d'intelligenza e di parola?»

 

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SECONDA PARTE

IL TEMPO SECONDO LA MITOLOGIA

LE ORE

(dal «Dizionario illustrato del simboli» di G. Ronchetti – Ediz. Hoepli)

Le Ore erano ritenute dai greci figlie di Giove e di Temi. Presiedevano al corso delle stagioni; facendo nascere a suo tempo fiori e maturare i frutti. Le Ore in principio erano tre: Eunomia, Dice e Irene; ma più tardi diventarono quattro, come le stagioni dell’anno. Esse stavano alle porte del Cielo con Giano, e levavano le briglie ai cavalli del Sole. Filostrate le descrive nel modo seguente:

«Le Ore scese in terra vanno rivolgendo l’Anno, il quale è in forma di certa cosa rotonda con le mani, dal quale rivolgimento viene che la terra produce poi di anno in anno tutto quello che nasce e sono bionde vestite di veli sottilissimi, e camminano sopra le aride spighe tanto leggermente, che non ne rompono o toccano pur una. Sono di aspetto soave giocondo, cantano dolcissimamente, e nel rivolger quell’orbe, palla a circolo che sia, pare che porgano mirabile diletto ai riguardanti; e vanno come saltando quasi sempre, levando spesso in alto le belle braccia. Hanno i biondi crini alle spalle, le guancie colorite, come chi dal corso si sente riscaldato, e occhi lucenti, e al muoversi presti. A seconda delle stagione che le Ore rappresentano, si coronavano di ghirlande, l’una di fiori, l’altra di spighe, la terza di uva e pampani, l’ultima di olivo».

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