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STARDUST: POLVERE DI STELLE

di Gaetano Barbella

INTRODUZIONE

Stardust vuol dire polvere di stelle, che l'omonima sonda spaziale lanciata dalla Nasa ha raccolto durante il suo viaggio iniziato il 1999 e conclusosi positivamente in quest'inizio 2006. Ma con questo saggio, in felice coincidenza della suddetta esperienza spaziale, mi propongo di portar via da ben altre stelle un altro genere di polvere. Si tratta di una esposizione imperniata su concezioni della scienza matematica in stretta relazione, a cominciare, con «l'armonia delle sfere» nota nell'antichità ed oggi presa a modello dalla scienza per capire la generazione armonica della materia del cosmo. E in conclusione con una parata di stelle ricavate dalle forme poligonali che si studiano col disegno geometrico ma è solo un modo per rimandare la continuazione del saggio con la presentazione di cose avvolte nel mistero. Dico subito con franchezza che non sono un matematico accademico per garantirvi delle ipotesi matematiche prestigiose ed assicuranti, ma a volte capita che si profilino felici idee da umili e poco erudite bocche – mettiamo – come la mia, tali da far progredire imprevedibilmente la scienza.

«Polvere di stelle», titolo di questo scritto, è la trattazione di un mio timido tentativo di sfiorare ignoti lontani margini dell'infinito mentre la scienza, fra i tanti suoi interessi, oggi è tutta presa per l'esperienza della capsula spaziale, Stardust, della copertina di questo saggio. Felice coincidenza come già detto? Forse sì, ma questo dipende anche da come sarà accettato dai lettori questo mio scritto. Dirò che essendo giunto quasi alla relativa conclusione, c'era solo da stabilire il titolo, cosa che sembra essere stata risolta dal caso e piuttosto bene direi come vedremo strada facendo.

In questa trattazione, come già detto, si sfiora un certo “infinito” del genere geometrico, ma è una questione che ha sempre costituito il problema per eccellenza dei più grandi matematici nel tempo, senza che si sia profilato mai un approdo e solo in questi ultimi tempi, come dirò per la cronaca, sembra che sia stato possibile per essi questo “lambire”. Accodandomi, appunto, alle teorie in proposito avanzate da valenti matematici, non senza una certa timidezza, cercherò di mostrare quel che mi è venuto in mente per configurare la questione dell'infinito in un'ottica che non mi sembra poi tanto fantasiosa. Si tratta di una visione rivolta però non esclusivamente ai matematici ma anche alla gente non accademicamente addottorata, perché anche loro possano raccogliere con mano un po' della mia «polvere di stelle», naturalmente, solo di astri geometrici nel mio caso: questo è garantito almeno.

Mi conforta l’animo, in favore di questa mia prospettiva, il pensiero di un Premio Nobel, lo scienziato Richard P. Feynman, morto nel 1988, che nel suo libro «Il senso delle cose», intravede la natura dello scienziato moderno con le seguenti parole: «Molti si stupiscono che nel mondo scientifico si dia così poca importanza al prestigio o alle motivazioni di chi illustra una certa idea. La si ascolta, e sembra qualcosa che valga la pena di verificare – nel senso che è un’idea diversa, e non banalmente in contrasto con qualche risultato precedente – allora si che diventa divertente. Che importa quanto ha studiato quel tizio, o perché vuole essere ascoltato. Il questo senso non ha nessuna differenza da dove vengano le idee. La loro origine vera è sconosciuta. La chiamano “immaginazione”, “creatività” (in realtà non sconosciuta, è solo un’altra cosa come l’”abbrivio”). Stranamente molti non credono che nella scienza ci sia posto per la fantasia. E’ una fantasia di un tipo speciale, diversa da quella dell’artista. Il difficile è cercare di immaginare qualcosa che a nessuno è mai venuto in mente, che sia in accordo in ogni dettaglio con quanto già si conosce, ma sia diverso; e sia inoltr ben definito, e non una vaga affermazione. Non è niente facile.».

Contando su questo allettante “abbrivio”, inteso da Feynman, ho pensato che le mie annunciate idee, esposte al vaglio, possano essere stimate buone e così servire alla scienza e forse ottenere anche il modo di essere giudicato quale legittimo autore come si conviene in questi casi: pur ammiccando sul fatto che gli scienziati della taglia di Feynman non si curino tanto del «prestigio o le motivazioni di chi illustra una certa idea».

 

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