|
| |
MEDICINA
Organi in vendita
di Sabina Morandi
LE VECCHIE LEGGENDE metropolitane sul traffico
di organi sembrano trovare una conferma: il dottore cinese Wang Guoqui, in forza
presso un ospedale della polizia, si è da poco rifugiato negli Stati Uniti, dove
ha chiesto asilo politico, confermando di avere prelevato organi, pelle, cornee
e altri tessuti dai condannati a morte. Nel 1994 un rapporto commissionato dall’Information
Agency degli Stati Uniti, e presentato alle Nazioni Unite, aveva cercato di
dissipare quella che veniva qui definita per la prima volta la “leggenda urbana”
del traffico d’organi. Eppure, oltre a essere particolarmente raccapricciante,
la storia del rapimento a scopo di trapianto è persistente e diffusa su scala
internazionale. Nel giugno dell’anno scorso, per esempio, alcuni giornalisti
della tv spagnola Antena 3 e del quotidiano El Mundo, hanno smascherato un
presunto trafficante di organi vestito da prete, Martin Rubio Murillo, fermato
in Messico insieme a un medico compiacente. Prove che non sia una frode, però,
non ne sono state trovate, e la polizia non ha arrestato nessuno.
Un mese dopo è la volta dell’Italia dove, secondo la Direzione Distrettuale
Antimafia di Trieste, il traffico di clandestini che ha portato all'arresto di
quaranta persone, servirebbe ad alimentare un traffico d’organi. Il procuratore
distrettuale antimafia ha parlato di «segnali significativi che però non sono
ancora oggetto di investigazione», come alcuni “carichi speciali” di clandestini
cinesi che valgono più degli altri. Il 26 ottobre dello stesso anno, poi,
l’allarme è stato lanciato addirittura su scala nazionale. Durante una
conferenza tenutasi al Viminale è stato reso noto un dossier su alcuni cittadini
moldavi che sono andati in Georgia e Turchia per sottoporsi all'operazione
chirurgica e all’espianto di un rene, il tutto organizzato dalla mafia russa. E,
per la prima volta, non si parlava di un’ambulanza fantasma o dei rapitori
stranieri che riempiono gli incubi dei bambini sudamericani – l’uomo bianco in
agguato – quanto di qualcosa di molto più tangibile, e probabile: la vendita dei
propri organi da parte di persone disperate ma “consenzienti”.
Traffico internazionale d’organi
Se le storie dei rapimenti si susseguono da vent’anni senza un solo riscontro,
la compra vendita è invece cosa ben nota anche perché, a fronte di trapianti
sempre più sicuri e di routine, i donatori d’organi restano pochi. In realtà,
ciò che ha reso i trapianti più sicuri, non è stato il miglioramento della
tecnica chirurgica, ma un farmaco, la cyclosporina. Il vero problema dei
trapianti, infatti, è costituito dalla reazione del sistema immunitario che
provoca il rigetto e rischia di uccidere il paziente. Con la scoperta della
cylosporina, nel 1984, si era trovato il mondo di inibire il sistema immunitario
e di rendere quindi i trapianti di reni e di cuore un’operazione quasi sicura,
che si è andata diffondendo in tutto il mondo. A fronte di tale diffusione,
però, la scarsità di organi è diventata evidente.
Antichi motivi religiosi e culturali
s’intrecciano con forti resistenze psicologiche. Se per i musulmani, come per i
cattolici, l’integrità del corpo dopo la morte è importante, gli ebrei ortodossi
non riconoscono la morte cerebrale – criterio fondamentale per l’espianto
d’organi – e a poco sono valse le prese di posizione di stampo altruistico di
alcuni leader religiosi. In Asia, poi, è diffuso il culto degli antenati – ed è
quindi difficile ammettere la possibilità di “infierire” sul corpo di un parente
– e la separazione dal congiunto richiede riti lunghi e complessi. A tutto ciò
si aggiunge il peso della nuova mitologia dell’homo oeconomicus: perché mai
dovrei donare qualcosa in un mondo in cui tutto si vende? E perché, se dal mio
rene ci guadagna il personale medico, non ci devo guadagnare anch’io che sono il
principale “fornitore”?
Passaggio in India
Questo tipo di giustificazioni “utilitaristiche” hanno cercato di sedare il
naturale orrore suscitato dalle notizie provenienti dall’India: interi villaggi
dell’entroterra rurale hanno mostrato alle telecamere di tutto il mondo le
cicatrici dei cosiddetti “viaggi della speranza”. Il segreto di questo
redditizio business – redditizio soprattutto per i mediatori – è di mettere in
contatto i “disperatamente poveri” contadini indiani o abitanti delle
baraccopoli che circondano le metropoli, con i “disperatamente malati”
provenienti dall’Europa, dai paesi del Golfo o anche dalla stessa India,
benestanti cittadini in grado di viaggiare su standard economici occidentali.
Qui si trovano malati disposti a pagare fra gli otto e i dieci milioni per un
rene, dei quali appena un paio andranno al cosiddetto donatore, e almeno altri
dieci per l’operazione.
Nel 1994, a fronte dello scandalo
internazionale, la pratica è stata messa fuori legge negli stati indiani dov’era
più diffusa, come Bombay, Madras e Bangalore, città dotate delle strutture
mediche necessarie a condurre i trapianti. Ma, come risulta da un reportage del
1997, condotto dall’indiano Frontline, di fatto non c’è stato alcun cambiamento,
perché la legge prevede che, in caso di un “particolare attaccamento”, che viene
valutato da commissioni appositamente istituite, la donazione sia consentita
anche fra estranei. In pratica, basta che il mediatore istruisca il donatore su
cosa deve dire davanti alla commissione e il gioco è fatto.
Sindrome cinese
La Cina gioca un ruolo fondamentale nella compra vendita degli organi dell’area
del Pacifico. Nel 1984, immediatamente dopo che la cyclosporina è diventata
disponibile, il governo ha preparato un documento intitolato “Regole concernenti
l’utilizzazione del cadavere o degli organi dei condannati a morte”. Questa
legge stabilisce che gli organi dei condannati possano venire usati per il
trapianto se il prigioniero è d’accordo, se la famiglia è d’accordo o se nessuno
viene a reclamare il corpo. Resta da vedere quanto possa essere libero il
consenso di un prigioniero che aspetta l’esecuzione. La legge stabilisce anche
che tutto sia condotto nella totale segretezza per evitare ricadute negative per
l’immagine del paese. Così non è nota la destinazione dell’organo, né i nomi dei
chirurghi che partecipano alle operazioni e perfino le macchine utilizzate per
andare a prendere gli organi devono circolare senza contrassegno.
Sono invece bene informati i medici residenti
in Giappone, a Hong Kong, a Singapore e a Taiwan, che fanno da intermediari e
dirigono i propri pazienti negli ospedali di Wuhan, Beijing e Shangai. Il
sistema è molto efficiente in quanto gli stranieri non devono aspettare giorni o
settimane perché gli organi siano disponibili: le esecuzioni vengono programmate
per andare incontro alle esigenze di mercato. È difficile fare una stima esatta
della quantità di organi trapiantati in Cina, e quindi del giro di soldi di
questo business. Se ci si basa unicamente sulle esecuzioni riportate dalla
stampa, ogni anno almeno cinque mila persone sono condannate a morte, ma
Amnesty International calcola che siano almeno il doppio. E tutte le
esecuzioni hanno luogo con l’aiuto di un medico che “prepara” il condannato per
l’espianto.
Condanna internazionale
Praticamente tutte le più importanti associazioni mediche del mondo condannano
la compra vendita di organi e l’espianto dai condannati a morte. La World
Medical Association (l’Associazione medica internazionale) ha espresso questo
punto di vista nel 1984, nel 1987 e nel 1994, chiamando i governi dei rispettivi
paesi a intraprendere le misure necessarie per impedire la compravendita e ha
criticato la pratica di espiantare gli organi ai condannati senza il loro
consenso. Non risulta però che le associazioni di categoria nazionali, chiamate
a prendere severe misure disciplinari contro i medici coinvolti nel traffico,
l’abbiano mai fatto. Tuttavia le associazioni mediche potrebbero incidere
moltissimo.
David J. Rothman, componente della Bellagio Task Force, che ha stilato il più
autorevole rapporto sul traffico internazionale di organi, si chiede
provocatoriamente: «Cosa succederebbe se le società mediche internazionali
prendessero sul serio i principi proclamati e istituissero delle commissioni di
controllo per tenere sotto stretta sorveglianza le pratiche di donazione degli
organi? E se minacciassero di smettere di addestrare i chirurghi che provengono
dai paesi dove vengono tollerate simili pratiche? E se rifiutassero, come è
avvenuto in Sud Africa ai tempi dell’apartheid, di tenere i meeting
internazionali in quei paesi? E perché la Novartis, che produce la cyclosporina,
non decide di vendere questo farmaco solo ai medici e agli ospedali dove vengono
rispettati gli standard delle donazioni?». Sono due i motivi fondamentali che ci
spingono a considerare la maggior parte delle storie sul traffico di organi
delle leggende metropolitane. In primo luogo per operare servono stanze sterili,
attrezzature sofisticate e team di medici altamente specializzati e
perfettamente addestrati ed è davvero improbabile che un personale così
qualificato metta a repentaglio la propria vita e la propria professione per
procurarsi un organo attraverso l’omicidio. Il secondo motivo è molto meno
consolante. Ammazzare non serve: gli organi sono sul mercato e costano davvero
poco.
fonte:enel.it
Torna
agli articoli
| |
|