Meditazione Vipassana
(buddhista)
Per il Visuddhimagga padroneggiare i
jhana
e vivere la sublime beatitudine sono di importanza secondaria
rispetto al puňňa, “la saggezza discriminante”. La padronanza
nei jhana è necessaria per la completezza della preparazione, ma i
vantaggi per il meditante consistono nell’ottenere la mente agile e
duttile, facilitando così il suo addestramento nel puňňa.
La
parte fondamentale nella preparazione del meditante è una via che
non passa necessariamente per i jhana. Il sentiero comincia con la
consapevolezza o presenza mentale (sati patthana), procede
attraverso l’intuizione o visione profonda (vipassana) e
termina nel nibbana.
[si veda Digha Nikaya 22 – I quattro fondamenti della presenza
mentale]
Presenza mentale
La
prima fase, la presenza mentale, implica la frattura con la
percezione stereotipica; la nostra tendenza naturale è quella di
abituarci al mondo che ci circonda e di non notare più le cose
familiari, sostituendo nomi astratti e preconcetti alla cruda
evidenza dei nostri sensi. In questa fase il meditante osserva ogni
avvenimento come se stesse accadendo la prima volta. L’essenza della
presenza mentale è la consapevolezza chiara e semplice di ciò che
accade a noi e in noi nelle fasi successive della
percezione. La focalizzazione è essenziale allo sviluppo della
percezione pura, il livello di jhana più adatto all’esercizio della
consapevolezza è il gradino più basso, cioè il livello di accesso.
Questo perché la presenza mentale si applica alla coscienza
ordinaria e dal primo jhana in poi questi processi ordinari cessano.
Si
può iniziare direttamente dalla presenza mentale senza alcun
precedente nella concentrazione. Nelle prime fasi la mente del
meditante è ogni tanto interessata da pensieri vaganti tra momenti
di presenza mentale. A volte si nota la distrazione, a volte no, ma
la concentrazione prima discontinua, si rafforza con l’aumentata
osservazione di pensieri casuali. Questi svaniranno appena notati,
rifacendo immediatamente posto alla presenza mentale.
Ci
sono quattro tipi di presenza mentale diversi a seconda dell’oggetto
focalizzato ma identici alla loro funzione. La presenza mentale può
focalizzarsi sul corpo, sulle sensazioni, sulla mente, sugli oggetti
mentali.
Quando il corpo costituisce tale punto si registra ogni aspetto
dell’attività corporea, per esempio la postura, il respiro, ecc. La
finalità dell’atto non sono prese in considerazione; ciò che è
focalizzato è l’atto corporeo in sé.
Se
l’oggetto della concentrazione è costituito dalle sensazioni, il
meditante si focalizza sulle sensazioni interne, senza connotarle
come piacevoli o spiacevoli. Egli nota semplicemente tutte le
sensazioni a mano a mano che emergono. Qualunque sia la fonte è solo
la sensazione che va notata.
Nella presenza mentale della mente o degli stati mentali, il
meditante si focalizza su ogni stato così come emerge alla
coscienza. Qualunque umore, pensiero o stato psicologico si presenti
alla coscienza, verrà percepito con distacco, senza eleborarlo. Se,
ad esempio, un rumore disturbante è causa di fastidio o di rabbia,
si prenderà coscienza semplicemente della sensazione di rabbia.
La
quarta tecnica, la presenza mentale rivolta ai contenuti della
mente, è identica alla precedente, salvo che, invece di notare la
qualità degli stati mentali, si notano gli oggetti e gli attributi
che occupano questi stati, ad esempio “rumore disturbante”.
Con lo sviluppo della presenza mentale il meditante comincia a
vedere gli elementi casuali del tessuto mentale di cui è sostanziata
la realtà. La pratica della visione profonda inizia dal momento in
cui la presenza mentale diventa continua.
La
prima cosa che si realizza con la pratica vipassana è che i
fenomeni contemplati e la mente che li contempla sono due entità
distinte: la facoltà mediante la quale la mente osserva il suo
funzionamento, è diversa dal funzionamento che essa osserva.
Il
meditante giunge, con una pratica assidua, a comprendere che questi
processi duali sono privi di consistenza individuale.
Ogni momento della presenza mentale segue il corso della sua
intrinseca natura senza implicare la volontà individuale. Vi è la
certezza che nella mente non vi alcuna entità permanente da
rivelare. Questa è l’esperienza diretta della dottrina buddhista di
anatta [il non-sé], nessun fenomeno cioè ha una natura
intrinseca, neppure l’individuo. Colui che medita vede la sua vita
passata e futura semplicemente come un processo condizionato di
causa-effetto; l’espressione “io sono” è un concetto errato.
Proseguendo la pratica il meditante scopre che la mente osservante e
i suoi oggetti vanno e vengono con una frequenza al di là del suo
ambito di osservazione. Egli comprende che il mondo della realtà si
rinnova ogni momento in una catena senza fine. Questa realizzazione
gli permette di afferrare la verità dell’impermanenza (anicca)
nella profondità del suo essere. Realizzando che la realtà privata e
personale è priva di consistenza e anche mutevole, si entra in uno
stato di distacco dal momento dell’esperienza. Da questa prospettiva
di distacco, le qualità impersonali e impermanenti della mente lo
conducono ad una visione di questa come fonte di sofferenza (dukkha).
Pseudonibbana
Il
meditante prosegue sulla via senza ulteriori riflessioni. In seguito
a questa realizzazione, percepisce chiaramente l’inizio e la fine di
ogni momento di consapevolezza. Con questa chiara percezione può
verificarsi:
-
la
visione di luce brillante o di una forma luminosa;
-
sentimento di rapimento, con pelle d’oca, tremore agli arti,
sensazione di levitazione, ecc.;
-
tranquillità di mente e corpo, con sensazione di leggerezza,
plasticità e duttilità;
-
sentimenti di devozione e fede nei confronti del maestro, del
Buddha, nei suoi insegnamenti, ecc.;
-
vigore nella meditazione, con un’energia stabile né troppo intensa
né troppo debole;
-
sublime felicità che permea il corpo, una beatitudine senza
precedenti che sembra infinita e spinge a raccontare questa
esperienza straordinaria agli altri;
-
rapida e chiara percezione di ogni momento di presenza mentale:
l’osservazione è acuta, potente e lucida e le caratteristiche di
impermanenza e insoddisfazione vengono afferrate a un tempo;
-
forte presenza mentale, cosicché l’osservazione di ogni successivo
momento di coscienza avviene senza sforzo;
-
imperturbabilità rispetto ai contenuti di coscienza. Il meditante
mantiene una neutralità distaccata in ogni momento;
-
un
sottile attaccamento ai vissuti sopra elencati e piacere della loro
contemplazione.
Il
meditante è spesso così esaltato dall’emergere di queste dieci
esperienze che pensa di aver raggiunto l’illuminazione, ossia di
essere arrivato alla meta finale, il nibbana. Si tratta invece di
uno pseudonibbana
Ma, con i propri sforzi, e con l’aiuto del maestro, comprende che
queste esperienze sono delle “pietre miliari” lungo il cammino, ma
non la meta finale. Quindi, a questo punto, egli volge la visione
profonda su questa esperienza e sul suo attaccamento ad essa.
Con il graduale attenuarsi dello ‘pseudonibbana’ si acuisce la
percezione di ogni istante di consapevolezza. Egli percepisce la sua
mente che contempla e l’oggetto contemplato come una entità unica
che svanisce ad ogni istante. Il mondo della realtà è in uno stato
di continua dissoluzione. Da qui emerge una realizzazione terribile
che imprigiona la mente nella morsa della paura. Ogni pensiero
semina terrore. Al meditante adesso appare oppressivo tutto ciò che
si presenta alla sua coscienza, persino quello che una volta
considerava piacevole.
A
questo punto, il meditante realizza la natura insoddisfacente di
ogni fenomeno. Ogni forma di coscienza, ogni pensiero, ogni
sensazione sembra insipida e così anche ogni stato mentale
concepibile. In tutto ciò che il meditante concepisce, c’è solo
sofferenza e miseria.
La
mente non si sofferma più sui contenuti e il meditante desidera
fuggire dalla sofferenza causata da questi fenomeni. E’ probabile a
questo punto che il suo corpo venga inondato di dolore e che sia
incapace di rimanere a lungo in una posizione. La natura
sconfortante dei contenuti mentali diviene più evidente che mai e il
desiderio di liberazione emerge dal profondo del suo essere.
La
propria natura – l’impermanenza, l’elemento di sofferenza, il non-sé
– si evidenzia chiaramente. A volte il corpo del meditante è in
preda a dolori gravi ed acuti, di crescente intensità. L’intero
insieme corpo-mente appare come una massa sofferente. Ma prendere
sistematicamente coscienza di tali dolori porterà alla loro
cessazione. A questo punto la pura capacità di osservare diviene
forte e chiara. Ora la contemplazione procede automaticamente, senza
sforzi particolari, come se si alimentasse da sola. Si è
nell’imminenza della manifestazione culminante della visione
profonda; il meditante, che nota ogni momento di coscienza, è acuto,
forte e lucido: sa all’istante che il momento vissuto è impermanente,
doloroso e inconsistente e vede la sua dissoluzione. Concepisce ogni
fenomeno mentale come limitato, circoscritto, indesiderabile e
alieno: il distacco è all’apice. In questo momento insorge una
coscienza che prende come oggetto ciò che è “senza segno, senza
accadimento, senza formazione”: il nibbana. Ogni consapevolezza dei
fenomeni fisici e mentali cessa di esistere.
Al
primo raggiungimento la penetrazione del nibbana dura meno di un
secondo. Subito dopo viene il momento della fruizione, momento in
cui la mente del meditante riflette sull’esperienza del nibbana
appena vissuta. Questa esperienza è uno shock cognitivo con profonde
conseguenze psicologiche. Dato che è un regno che si estende al di
là dei confini della realtà del senso comune il nibbana può essere
definito come “realtà sovramondana”, descrivibile solo in termini di
ciò che non è. Il nibbana non ha una fenomenologia, né
caratteristiche esperenziali; è lo stato incondizionato.
Con la realizzazione del nibbana, alcuni aspetti dell’io o della
coscienza ordinaria vengono abbandonati per sempre.
Il
sentiero della pratica di visione profonda differisce
significativamente dal sentiero della concentrazione su questo
punto: il nibbana distrugge gli aspetti negativi della mente:
l’odio, l’avidità, l’illusione, ecc.: mentre il jhana li sopprime
solamente.
Entrare nello stato nibbanico è il “risveglio”; le modificazioni
conseguenti sono la “liberazione”.
Il
primo livello è Sotapanna, “entrare nella corrente, nel
flusso”, il flusso nel quale si entra è quello che conduce alla
perdita totale dell’egocentrismo e alla cessazione di ogni sforzo
volto al divenire. Colui che entra nel flusso perde i seguenti
tratti di personalità:
·
la
bramosia verso gli oggetti sensoriali;
·
il
risentimento abbastanza forte da provocare agitazione;
·
l’avidità di guadagni, averi o riconoscimenti;
·
l’incapacità di condividere;
·
l’incapacità di percepire la natura relativa e illusoria di tutto
ciò che sembra piacevole e bello;
·
l’errore di considerare permanente ciò che è impermanente;
·
il
vedere l’essere in ciò che ne è privo;
·
l’aderenza a pure cerimonie, ritenere questo o quello “la verità”;
·
i
dubbi sull’utilità della pratica di visione profonda.
Colui che entra nel flusso è incapace per natura di mentire, rubare,
indulgere in cattive condotte sessuali, fare del male agli altri,
vivere a spese degli altri. Ora egli è sakadgami , “colui che
farà ritorno una sola volta” e giungerà alla liberazione totale in
questa vita o ‘nella prossima’.
La
fase successiva di approfondimento della visione profonda è
caratterizzata dal totale abbandono di ogni bramosia e malevolenza.
Il meditante è divenuto un anagami, “uno che non farà più
ritorno”, ed è completamente libero dalla ruota del divenire durante
la vita presente.
Con la piena maturazione della visone profonda ogni ostacolo alla
liberazione viene superato. Il meditante è un arahant, un
essere illuminato o santo. Privo del concetto di “sé”, i suoi atti
sono puramente funzionali, rivolti al sostentamento del suo corpo e
al bene degli altri. Per l’arahant è inconcepibile ogni
pensiero e ogni atto non virtuoso. Estirpate le radici malsane,
concupiscenza, aggressività e orgoglio, come motivi del
comportamento, l’amore universale, la gioia altruistica, la
compassione e l’imperturbabilità divengono le nuove forme motivanti.
Esiste uno stato chiamato
nirodh (cessazione) simile al
nibbana, poco noto agli occidentali. Nel nibbana, l’oggetto della
consapevolezza è la cessazione della coscienza; nel nirodh
cessa anche la consapevolezza. Questa cessazione assoluta di
consapevolezza è difficile da raggiungere. Infatti nirodh è
accessibile solo a colui che non tornerà, o all’arahant, e solo se
esperto di tutti gli 8 jhana.
Quantunque il nirodh possa durare fino a sette giorni consecutivi,
non si è consapevoli del passare del tempo: il momento prima di
accedervi e il momento immediatamente successivo al ritorno vengono
vissuti come conseguenti.
Il
meditante dovrà stabilire il tempo di permanenza in questo stato,
determinandolo in precedenza. Quando ne emergerà dovrà ripercorrere
i jhana a ritroso, fino aggiungere allo stato di coscienza
ordinaria. All’ottavo jhana riavrà la consapevolezza, al terzo il
normale funzionamento corporeo, al primo i pensieri e le percezioni
sensoriali.
In
conclusione queste due differenti vie rappresentano gli estremi
nell’esplorazione e nel controllo della mente.
tratto da
D.
Goleman, Esperienze orientali di meditazione
Centri
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