Meditazione buddhista
(
samatha )
Meditazione samatha
Uno dei testi antichi fondamentali per ogni meditante è il
Visuddhimagga [Via della purezza] scritto nel V secolo a. C. dal
monaco Buddhaghosa. In esso, all’inizio, si trovano una serie di
consigli sull’atteggiamento personale e sul contesto ambientale
migliori per la meditazione. In seguito sono descritti i mezzi
specifici usati dal meditante per orientare la sua attenzione e le
tappe che egli affronterà percorrendo la via della meditazione.
La
pratica inizia con Sila [virtù], l’esercizio
sistematico della rettitudine del pensiero, della parola e
dell'azione. L’allontanamento del retto pensare, per esempio
pensieri aggressivi o fantasie sessuali, distraggono dalla
meditazione.
La
purificazione psicologica richiede l’allontanamento di tutti i
pensieri che distraggono.
Nel Visuddhimagga la purificazione attiva inizia con l’osservanza
delle regole di disciplina per i laici, i novizi ed i monaci
ordinati. I precetti per i laici sono cinque: non uccidere, non
rubare, non avere rapporti sessuali illeciti, non mentire, non far
uso di sostanze tossiche.
Per i novizi la lista si allunga a dieci, con i primi cinque da
osservare in modo molto rigoroso.
Per i monaci ci sono infine 227 proibizioni e obblighi, che regolano
in tutti i dettagli la vita quotidiana, il Patimokka.
Nella fasi iniziali, prima di aver consolidato le basi
dell’attenzione, il meditante è distratto dall’ambiente.
Quindi la purezza costituisce la base psicologica per la
concentrazione. L’essenza della concentrazione è il non essere
distratti, quindi il compito del meditante è di focalizzare la mente
su una cosa sola.
Qualsiasi oggetto di attenzione può essere soggetto per la
meditazione concentrativa, il carattere dell’oggetto a cui si presta
attenzione ha però conseguenze precise sul risultato della
meditazione.
Il
Visuddhimagga raccomanda 40 oggetti di meditazione:
·
10
Kasinas [intero – elementi di meditazione sui quali si basa e
si fissa la concentrazione mentale]: ruote colorate della
circonferenza di circa 30 cm: terra, acqua, fuoco, aria, blu scuro,
giallo, rosso sangue, bianco, luce, spazio delimitato.
·
10
asubhas [ sporcizia, sozzurra, decadenza corporea]: cadaveri
putridi e in decomposizione;
·
10
riflessioni: sugli attributi del Buddha, la Dottrina, il sangha, la
pace, la propria purezza, la propria liberalità, il possesso di
qualità divine o l’inevitabilità della morte: contemplazioni delle
32 parti del corpo o sulle fasi della respirazione.
·
4
stati sublimi: amore universale, compassione, il gioire della
felicità altrui, l’imperturbabilità.
·
4
contemplazioni senza forma: lo spazio infinito, l’infinita
coscienza, il regno del nulla, il regno della ‘né percezione né non
percezione’; la ripugnanza verso il cibo.
·
4
forme materiali: terra, aria, fuoco, acqua come forze astratte (es.
estenzione, moto, calore, coesione).
Stato d’accesso
Nelle prime fasi della meditazione vi è una certa tensione
fra la concentrazione sull’oggetto di meditazione e i pensieri
distraenti. Le principali distrazioni sono: malevolenza,
disperazione, ira; svogliatezza e torpore; ansia e preoccupazione;
dubbi e scetticismo.
Dopo molte esercitazioni, arriva un momento in cui questi ostacoli
vengono completamente padroneggiati. A questo segue un notevole
aumento della concentrazione. A questo punto, gli attributi mentali,
come la beatitudine e la focalizzazione, che col tempo diverranno
assorbimento totale, divengono simultaneamente dominanti, finora
ciascun attributo è stato presente in gradi diversi, ma quando
divengono compresenti essi hanno un potere speciale: questo è il
primo risultato importante della meditazione concentrativa, perché è
lo stato immediatamente precedente l’assorbimento totale e viene
chiamato concentrazione di “accesso”.
I
fattori mentali, legati al pieno assorbimento non sono molto forti a
livello dell’accesso; emergono in modo precario e la mente fluttua
fra questi e il dialogo interno, l’abituale ruminazione mentale e il
pensiero che vaga. Il meditante è comunque consapevole delle proprie
sensazioni corporee, dei propri sentimenti e degli stimoli
ambientali. L’oggetto della meditazione costituisce il pensiero
dominante, ma non ancora la totalità del pensiero.
Al
livello dell’accesso emergono fatti e sentimenti energizzanti e
coinvolgenti, insieme a felicità, piacere e imperturbabilità.
Qualche volta appaiono forme luminose o lampi di luce intensa,
particolarmente se l’oggetto della meditazione è costituito da un
kasina, o dalla respirazione, si può sperimentare una sensazione di
leggerezza come se il corpo stesse fluttuando nell’aria.
Una volta giunti alla
soglia dello stato di accesso, sarà possibile avere delle visioni
dovute a un profondo coinvolgimento accompagnato sia dal permanere
del pensiero discorsivo sia dalla debole focalizzazione dell’oggetto
della meditazione. Queste visioni possono essere terrificanti oppure
benigne come visioni di un dio benevolo o del Buddha.
La
meta della meditazione va ben al di là delle visioni. Nello Zen, si
dice: “se incontri il Buddha uccidilo.”
Focalizzando continuamente l’oggetto della meditazione arriva il
momento della frattura totale con lo stato di coscienza ordinario.
Questo è l’assorbimento totale o jhana. Di colpo la mente sembra
sprofondarsi nell’oggetto, identificandosi totalmente in esso,
pensieri disturbanti spariscono completamente, non vi né percezione
sensoriale, né la consueta consapevolezza del proprio corpo, il
dolore non può essere percepito. La coscienza è dominata dal
coinvolgimento, dall’estasi e dalla focalizzazione. Questi sono i
fattori che, verificandosi in simultanea ascesa costituiscono i
jhana.
La
prima esperienza di jhana è solo di un attimo, ma con un impegno
costante essa viene mantenuta sempre più a lungo. Fino a quando non
si acquista il pieno possesso del jhana esso rimarrà instabile e
sfuggirà facilmente. La piena maestria si ottiene quando il
meditante può giungere allo stato di jhana comunque, dovunque e per
tutto il tempo desiderato.
Secondo jhana
Nel corso della meditazione la focalizzazione si intensifica sempre
più con la progressiva eliminazione dei fattori jhanici.
Quando si emerge dallo stato jhanico questi processi di attenzione
sembrano grossolani se paragonati ad altri più sottili fattori di
questo stato.
Per andare al di là di queste forme di attenzione, il meditante
entra nel primo jhana focalizzandosi sull’oggetto primario. In
seguito libera la mente da ogni oggetto volgendola al rapimento
estatico, alla beatitudine, alla focalizzazione. Questo livello di
assorbimento è ben più sottile e stabile del primo.
Terzo jhana
Per scendere ad uno stato più profondo si deve padroneggiare il
secondo jhana come si è fatto per il primo. In seguito, emergendo
dal secondo jhana si comprende che il rapimento, in uno stato di
eccitazione, è ancora grossolano se paragonato alla beatitudine e
alla focalizzazione.
A
questo terzo livello si considera con imperturbabilità il rapimento
più elevato. Questo equilibrio mentale emerge con lo svanire del
rapimento estatico. Il terzo jhana è estremamente sottile e la mente
del meditante, senza questa nuova imperturbabilità emergente,
regredirà verso il rapimento estatico. Restando in questo terzo
jhana il meditante è pervaso mentalmente e fisicamente da una
dolcissima beatitudine. Padroneggiando il terzo jhana come quelli
precedenti, il meditante potrà procedere ancora se ritiene che la
beatitudine sia più disturbante della focalizzazione e della
imperturbabilità.
Quarto jhana
Per inoltrarsi ancor più profondamente sulla meditazione si dovrà
abbandonare ogni forma mentale rinunciando a tutti quegli stadi,
beatitudine e rapimento compresi, che potrebbero opporsi a una pace
totale. Quando la beatitudine svanisce del tutto, l’imperturbabilità
e la focalizzazione raggiungono il pieno della loro forza. Nel
quarto jhana si abbandona ogni sensazione del piacere corporeo; le
sensazioni dolorose sono già cessate nel primo jhana. Non vi è né
pensiero né sensazione. In questo stato estremamente sottile la
mente del meditante permane focalizzata e imperturbabile. Come la
mente si acquieta progressivamente sempre più ad ogni livello di
assorbimento, così anche il respiro si calma. Al quarto livello il
respiro del meditante è così tranquillo che egli non percepisce il
minimo movimento e avverte il suo respiro come se fosse cessato del
tutto.
Jhana senza forma
Il
successivo passo nella concentrazione culmina nei quattro stati
chiamati “senza forma”. Mentre i primi quattro jhana si
raggiungevano concentrandosi sulla forma materiale o su un concetto
derivato da questo, gli stati senza forma si raggiungono superando
ogni percezione di forma. Per aver accesso ai primi quattro jhana si
doveva svuotare la mente di ogni contenuto intellettuale. Per
procedere nei successivi jhana senza forma si deve operare una
sostituzione progressiva con oggetti di concentrazione via via più
astratti.
Il
meditante accede al primo assorbimento senza forma o quinto jhana
entrando nel quarto jhana attraverso la meditazione su una qualsiasi
delle kasina. Allargando i confini della kasina fino ai limiti
dell’immaginabile, la sua attenzione inizialmente rivolta alla luce
colorata emanata dalla kasina, si sposterà sullo spazio che
questa luce occupa. Lo spazio infinito diviene così oggetto della
contemplazione e con il pieno fiorire della focalizzazione e
dell’imperturbabilità, la mente del meditante si trova ora in una
sfera in cui ogni percezione di forma svanisce. La mente è così
totalmente fissata in questa coscienza sublime, che nulla può
turbarla.
Una volta conquistato il quinto jhana si potrà proseguire
raggiungendo prima la consapevolezza dello spazio infinito e
volgendo poi l’attenzione a questa infinita consapevolezza. In
questo modo si abbandona il pensiero dello spazio infinito,
conservando quello della consapevolezza infinita senza oggetto.
Questo stato è tipico del sesto jhana.
Dopo aver padroneggiato il sesto jhana il meditante passa al settimo
entrando nel sesto e volgendo poi la sua consapevolezza
all’inesistenza della coscienza infinita, tipico del settimo
jhana.
Una volta padroneggiato il settimo jhana il meditante può
riesaminarlo e trovare svantaggioso qualsiasi genere di percezione,
essendo più sublime l’assenza di percezione. Il meditante così
motivato raggiunge l’ottavo jhana, entrando dapprima nel
settimo.
A
questo punto l’attenzione si sposterà dalla percezione del vuoto
alla pace.
Raggiungendo la pace egli raggiunge lo stato “ultrasottile”, in cui
ci sono solo processi mentali residui. Non esistendo più la
percezione in senso stretto, questo è uno stato di “non-percezione”.
L’ottavo jhana viene pertanto definito la “sfera della
non-percezione” e dell’assenza della non-percezione.
tratto da
D.
Goleman, Esperienze orientali di meditazione
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