NOTA 1 - Si può notare, in questi primi passi della Regola, che i qumraniani si sono costituiti come comunità dissidente nella convinzione di essere i depositari della legge e di un patto autentico fra gli uomini e il Dio di Israele.
Essi utilizzano per definire sé stessi l'espressione figli della luce, mentre gli incirconcisi e tutti coloro, fra gli ebrei, che non acconsentono ad unirsi alla comunità e a seguirne le regole sono chiamati figli delle tenebre. In ciò noi possiamo riconoscere una terminologia che è tipica della letteratura evangelica:
"
la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta" [Gv I, 5]
"la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perchè le loro opere erano malvagie" [Gv III, 19]
"Di nuovo Gesù parlò loro: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita»" [Gv VIII, 12]
"Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perchè non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce" [Gv XII, 35-36]
"La lucerna del tuo corpo è l'occhio. Se il tuo occhio è sano, anche il tuo corpo è tutto nella luce; ma se è malato, anche il tuo corpo è nelle tenebre. Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra. Se il tuo corpo è tutto luminoso senza avere alcuna parte nelle tenebre, tutto sarà luminoso, come quando la lucerna ti illumina con il suo bagliore" [Lc XI, 34-36]
"Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante? Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre" [Lc XXII, 52-53]
NOTA 2 - Il dualismo cosmico che configura il divenire come una lotta fra due principi opposti, il male e il bene, rappresentati dalle tenebre e dalla luce, ha senza dubbio una derivazione iranico-caldea con radici nella teologia dello Zend Avesta. L'angelo della luce, spesso identificato col sole, e quello della tenebra, spiriti del bene e del male, sono esattamente quelli che Zarathustra chiamava Ormudz (o Aura Mazda) e Ahriman (o Anra Mainyu). Non si dimentichi che i qumraniani, come può essere confermato dagli scritti di Filone e Flavio sugli esseni, durante l'alba erano soliti rivolgere una preghiera al sole nascente.
E' probabile che gli ebrei abbiano assimilato alcune concezioni iranico-caldee all'epoca della deportazione in Babilonia che, cronologicamente, corrisponde al periodo in cui fu predicata la concezione avestica di Zarathustra.
NOTA 3 - Sempre coerentemente con la teologia avestica, l'idea fondamentale dei qumraniani è una concezione escatologica [=relativa ai destini finali dell'uomo] in cui si prospetta una conclusione definitiva della lotta fra il principio del male e quello del bene, con la vittoria di quest'ultimo. Già lo stesso Zarathustra aveva predetto una conclusione di questo genere, ad opera di un personaggio incaricato di una missione salvifica (il Saoshyant):
"Or, la tremenda per noi s'adori Maestà regia che Aura Mazda fea creando, assai laudabile... che un dì fia che discenda sovra il Saoshyante vincitor, su quelli compagni suoi, perch'egli scevro da vecchiezza e da morte faccia il mondo, scevro d'ogni bruttura e d'ogni tabe... araldo di Aura Mazda, figlio di Vispataurva, avanzerà dal lago di Kansava, vincitrice novella annunziando... verranno anche di lui, di lui vincente Astvatereta, i discepoli, essi che hanno pie parole ed opere pie e pii pensieri e fede integra, e in nessun modo hanno falso parlare... allora, orbato di ogni potere, Anra Mainyu, autore d'ogni trista opera, cadrà prostrato" [Zend Avesta, Yasht XIX, 88-96]
Il quale salvatore avrebbe dovuto comparire nel mondo in corrispondenza di un particolare evento cosmico annunciatore: la congiunzione nella costellazione dei pesci dei pianeti Giove e Saturno, capace di determinare un effetto di particolare luminosità nel cielo notturno. Ora, tale congiunzione si è verificata realmente (e questo è confermato da numerosi astronomi moderni) nel 7 a.C., ovverosia nella data che oggi molti studiosi, anche cattolici, concordano nel ritenere come data di nascita di Gesù Cristo e mettono in relazione con la profezia della stella presente nella natività di Matteo.
NOTA 4 - Nella letteratura qumraniana l'intervento divino, che dovrà avere luogo nel momento dello scontro finale fra il principio del male e quello del bene, è spesso identificato con le espressioni visita e visitare. Ora, la stessa cosa la troviamo anche nella letteratuira evangelica, che pure si configura come annuncio di un evento salvifico finale, e utilizza la stessa terminologia:
"Benedetto il Signore Dio d'Israele,
perchè ha visitato e redento il suo popolo,
e ha suscitato per noi una salvezza potente
nella casa di Davide, suo servo,
come aveva promesso
per bocca dei suoi santi profeti d'un tempo:
salvezza dai nostri nemici,
e dalle mani di quanti ci odiano"
[LC I, 68-71]
"grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio,
per cui verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge
per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre" [Lc I, 78-79]
"Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo" [Lc VII, 16]
"abbatteranno te [=Gerusalemme] e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perchè non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata" [Lc XIX, 44]
NOTA 5 - In questo passo della Regola della Comunità troviamo descritta la modalità caratteristica con cui veniva aperto il pasto comunitario, ovverosia con la cerimonia della benedizione del pane e del vino, da parte del sacerdote capo, e successiva distribuzione ai commensali. In essa riconosciamo la scenografia dell'ultima cena di Gesù.
Ora, una delle tante contraddizioni presenti nel Nuovo Testamento riguarda proprio il racconto dell'ultima cena di Gesù, che differisce sostanzialmente fra i testi sinottici e quello giovanneo. In pratica, mentre i tre resoconti sinottici (Marco, Matteo e Luca) sono caratterizzati dalla istituzione del sacramento dell'eucarestia (quando Gesù offre il proprio corpo e il proprio sangue come pasto sacrificale, nelle sembianze del pane e del vino), il quarto vangelo non dà segni di conoscere tale gesto, compiuto in quella circostanza.
Un fatto importante riguardante questo vangelo, che abbiamo già esaminato nell'articolo "I Manoscritti del Mar Morto, la storia", è la datazione dell'ultima cena che, a differenza dei sinottici, risulta coerente non col calendario ufficiale, lunare, degli ebrei del tempo, ma con quello alternativo, solare, degli esseni di Qumran.
Queste due differenze (la datazione solare e l'assenza della istituzione dell'eucarestia nel corso dell'ultima cena) ci danno molti buoni motivi per pensare che gli evangelisti della tradizione sinottica, fedeli alla teologia riformistica della scuola paolina, fossero interessati a purgare il racconto da ogni possibile relazione con la tradizione esseno-zelota e ad introdurvi piuttosto le idee antiessene elaborate e propagate da Paolo di Tarso.
Del resto, ciò che Gesù ha annunciato ad una assemblea pasquale di giudei, ovverosia il fatto che il pane fosse la sua carne e il vino il suo sangue, e che i discepoli dovessero cibarsi della carne e del sangue del loro maestro sacrificato, visto come incarnazione divina, sarebbe suonato non solo insolito, ma orrendamente sacrilego, dal momento che queste idee configuravano una tipica concezione appartenente al mondo delle teologie e dei culti gentili, altamente disprezzati dai giudei. In particolare corrispondono a certi culti pagani teofagici (teofagia = cibarsi del dio), fra cui uno molto diffuso nell'area di provenienza di Paolo di Tarso, consistente nell'identificazione di un toro col dio che veniva sacrificato e del quale l'adepto doveva bere il sangue e mangiare la carne. Sappiamo invece che per gli ebrei il sangue costituisce un forte elemento di impurezza, che non è permesso toccare il sangue senza poi eseguire pratiche purificatorie, figuriamoci bere il sangue; anzi, una delle prescrizioni più rigorose del cibo kosher consiste proprio nell'assicurarsi che l'animale ucciso sia stato ben dissanguato. Storicamente parlando, non possiamo considerare credibile che Gesù, volendo trasmettere una novità teologica, avrebbe cominciato col proporre una formulazione rituale apertamente offensiva nei confronti della sensibilità ebraica e che avrebbe subito suscitato il ribrezzo dei suoi discepoli.
Gesù ha utilizzato spesso nei suoi discorsi l'immagine del pane, inteso come cibo spirituale, ovverosia come allegoria di una conoscenza superiore che gli uomini devono acquisire (l'abbiamo visto nel capitolo "Premesse", là dove abbiamo parlato dei miracoli e dei linguaggi simbolici in uso nei racconti evangelici), insieme ad altre allegorie come quella dell'acqua viva dell'albero e dei frutti, ecc...
Senza alcuna ombra di dubbio, questa concezione del pane e del vino come carne e sangue di Cristo, di cui i discepoli devono cibarsi, costituisce una improvvisa e forzata irruzione di teologia pagana, caratteristica dei cosiddetti culti misteriosofici, nel culto esseno del pasto comunitario (consiglio vivamente, a questo proposito, la lettura dei capitoli del libro di Frazer, Il Ramo d'Oro, riguardanti i culti di Adonis, Attis, Osiride, Dioniso, Mitra...). Il responsabile di un innesto così artificioso potrebbe essere stato Paolo di Tarso, lontano dalla Palestina, o qualcuno dei suoi discepoli, forse un gentile, non certo l'ebreo Gesù, nel cuore di Gerusalemme, di fronte ad una assemblea di ebrei e nell'imminenza della Pasqua ebraica.
Gesù non ha fatto altro che svolgere il ruolo prioritario previsto dalla Regola della Comunità durante un pasto comunitario, di cui vedremo testimonianza anche nella cosiddetta Regola dell'Assemblea. Egli si è comportato come un sacerdote capo, che ringrazia il Signore, spezza il pane e lo distribuisce ai fedeli.