I Diritti Umani nel tempo della globalizzazione

I Diritti Umani nel tempo della globalizzazione

1. L’ottica da cui guardare ai diritti umani

Tra i molti possibili punti di vista da cui guardare ai diritti umani credo che il più preciso (ed attuale) sia quello indicato da Norberto Bobbio nel 1996:

“Il problema di fondo relativo ai diritti dell’uomo non è oggi tanto quello di giustificarli, quanto quello di proteggerli. È un problema non filosofico ma politico”.

A che serve, infatti, discettare di diritti dell’uomo se ancora oggi non si riesce ad estirpare neppure la pena di morte o la tortura? Certo: si può e si deve dibattere dei diritti dell’uomo ma è certo molto meglio farlo a partire da chi li vede conculcati sulla propria pelle. Da chi vede ogni giorno di più l’urgenza del loro riconoscimento, del loro rispetto, e nel contempo paga tragicamente l’assenza di entità sovranazionali (o panumane come direbbe Antonio Papisca) capaci di farne garantire il rispetto o di sanzionarne realmente il mancato rispetto.

2. Diritti di libertà – diritti di solidarietà

I diritti dell’uomo nascono – storicamente – nell’alveo del giusnaturalismo. Si parte da Hobbes (il rispetto del diritto alla vita è l’unico a cui è tenuto il Leviatano) passando per Locke (diritto alla vita ed alla salute, diritto alla libertà di opinione, diritto di proprietà). I diritti dell’uomo (in quanto uomo) nascono cioè definendo di ogni uomo un ambito proprio ed indisponibile alle altrui volontà. Un confine invalicabile: il confine della mia pelle (diritto alla vita), della mia mente (diritto di libertà di opinione), della mia proprietà (confine). Al liberismo – che si rifà propriamente a questa corrente di pensiero – non interessa più di tanto che le persone possiedano o no pensieri o proprietà: garantisce chi pensieri e proprietà li possiede. Gli altri devono arrangiarsi a procurarsele e, solo allora, avranno qualcosa meritevole di riconoscimento, un confine da non valicare. Infatti ad ogni diritto corrisponde un dovere: al mio diritto alla proprietà corrisponde il dovere di non invadere la proprietà altrui. Idem per le opinioni politiche o religiose.

Successivamente, nel corso del ‘800 e del ‘900, si venne sempre più rafforzando (grazie al marxismo ed al risveglio della dottrina sociale della chiesa) anche la concezione dei diritti di “solidarietà”. Scrive l’art. 3 della Costituzione Italiana:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

I diritti di Solidarietà indicano così da un lato il diritto di ogni persona ad essere messo nella condizione di poter vivere degnamente e di poter partecipare all’organizzazione della società, dall’altra il dovere della società di “intervenire” a favore di quanti necessitino della solidarietà sociale al fine di raggiungere la condizione di piena umanità. Nello specifico italiano, ad esempio, tutti i programmi e le riforme scolastiche si fondano proprio sull’art. 3 della Costituzione poiché la scuola è uno dei mezzi mediante i quali si attua la solidarietà, il diritto/dovere di solidarietà. (1)

Anche la Dichiarazione Universale (solitamente accusata di “individualismo”) contiene in realtà significativi articoli di matrice “solidaristica”. Si pensi ad esempio ad uno degli articoli in assoluto meno citati e meno rispettati:

“Ognuno ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione. Ogni individuo ha diritto ad una retribuzione eguale per lavoro eguale, senza alcuna discriminazione […]” (art.23).

3. Una rapida storia

A queste due diverse concezioni dei diritti dell’uomo si rifanno in sostanza le dichiarazioni con valore politico e non solo filosofico che nei secoli si sono susseguite. Eccone un rapido elenco: (2)

1776: dichiarazione dei diritti della Virginia

1789, 26 agosto: Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino da parte dell’Assemblea costituente francese.

1863: Ginevra viene fondato il Comitato internazionale e permanente di soccorso ai feriti militari (Croce Rossa)

1864: dodici stati firmano la Prima convenzione sul diritto umanitario e si impegnano a rispettare l’emblema della Croce Rossa.

1890 dopo la Conferenza di Bruxelles 18 stati firmano un Atto contro la schiavitù e del traffico degli schiavi e misure concrete per la loro eliminazione.

1926: Convenzione internazionale sull’abolizione della schiavitù

1945 la Carta delle Nazioni Unite (art. 55) scrive:

“Le Nazioni Unite promuovono il rispetto universale per i diritti umani e per le libertà fondamentali senza distinzione di razza, sesso, lingua e religione”

1948: 10 dicembre 1948. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva la Dichiarazione Universale dei diritti umani. A seguito della dichiarazione verranno negli anni successivi firmati una serie di patti globali vincolanti e con specificazione dei diritti garantiti e dei meccanismi di applicazione (cfr 1966) a cui si aggiungono Convenzioni (non vincolanti) su aspetti specifici.

1961: nasce Amnesty International

1965: Convenzione sull’eliminazione della discriminazione razziale

1966: l’Assemblea generale dell’ONU approva il patto sui diritti civili e politici ed il Patto sui diritti economici, sociali e culturali (entrano in vigore nel 1976)

1967 Il Consiglio Economico e Sociale dell’Onu autorizza (risoluzione n. 1235) la Commissione per i diritti umani

1973 Convenzione contro l’apartheid

1973 Prima conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE)

1979 Convenzione contro ogni forma di discriminazione contro le donne

1981 Carta Africana sui diritti umani e dei popoli. La Carta pone l’accento sui doveri e in particolare sulla specifica antropologia africana che al primo posto vede la comunità (cfr. art. 17 comma 3: “La promozione e la protezione della morale e dei valori tradizionali riconosciuti della comunità è un dovere dello stato”)

1984 Convenzione contro la tortura ed altri maltrattamenti e punizioni crudeli, inumane e degradanti

1989: Convenzione sui diritti del fanciullo

1990: la XIX Conferenza dei Ministri degli Affari Esteri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica rende pubblica la Dichiarazione del Cairo dei diritti dell’uomo nell’islam. Organizzazione della Conferenza Islamica (3)

1992: per la prima volta il consiglio di sicurezza dell’Onu decide di intervenire militarmente entro una crisi umanitaria facendo appello al capitolo VII della Carta dell’Onu che sancisce la possibilità di rispondere alle minacce alla pace facendo uso della forza. Nasce qui il dibattito sull’Ingerenza umanitaria.

1993 Vienna. Conferenza mondiale sui diritti umani. L’Assemblea generale dell’Onu delibera sulla figura dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti Umani

Viene istituito il Tribunale per le violazioni del diritto umanitario internazionale nell’ex Jugoslavia

1994: istituito il Tribunale per le violazioni del diritto umanitario internazionale in Rwanda

1998: il 17 luglio, a Roma, la Conferenza diplomatica delle Nazioni Unite adotta lo statuto della Corte penale internazionale. La Corte (che ha giurisdizione su quattro reati commessi da singoli individui: crimini contro l’umanità, genocidio, crimini di guerra, aggressione) diventa operativa nel 2002.

4. I nodi problematici

Fra i molti nodi non risolti a riguardo di diritti umani il primo e più evidente è proprio il fatto che tali diritti non vengono rispettati. Come diceva Bobbio, si tratta di un problema politico, non filosofico.

Ma esistono almeno altri due grandi nodi problematici:

A. La dichiarazione “Universale” non pecca forse di “etnocentrismo”? In fondo essa si deve, inizialmente, solo ad una cinquantina di paesi. Questa critica è stata mossa prima da intellettuali africani e poi, in particolare nel 1993 a Vienna, dai rappresentanti politici di alcuni paesi asiatici.

B. I diritti dell’uomo sono definiti universali ed indivisibili. A tale definizione non corrisponde tuttavia un eguale livello politico-giuridico capace di farli rispettare. Detto altrimenti: oggi assistiamo alla globalizzazione economica, finanziari, […] ma non ad una eguale “globalizzazione” della politica che sola potrebbe mettere le basi per una politica di reale rispetto dei diritti dell’uomo a livello globale. È, insomma, il nodo della democrazia cosmopolitica o panumana.

Esaminiamo nel dettaglio le due questioni.

5. Etnocentrismo?

La dichiarazione universale dei diritti umani è stata da più parti criticata proprio per la sua universalità: ciò che si critica è che essa non fa null’altro che universalizzare una delle molte culture esistenti al mondo, quella occidentale.

Tra le molte posizioni critiche ne riassumo qui tre:

a. La posizione africana. Il politologo nigeriano Claude Ake scrive nel 1975: “L’idea dei diritti umani, e di diritti giuridici in generale, presuppone una società atomistica e individualista, una società dal conflitto endemico. Presuppone una società cosciente della propria separatezza e dei propri particolari interessi, nonché desiderose di realizzare tali interessi. Noi invece diamo meno risalto all’individuo e più alla collettività. Noi non permettiamo che l’individuo avanzi pretese che si sostituiscano a quelle della comunità. Noi postuliamo armonia e non divergenza di interessi, competizione e conflitto. Siamo più desiderosi di ricordare gli obblighi che ci legano agli altri membri della società piuttosto che inclini a rivendicare diritti che ci contrappongono a loro”. (4)

La carta africana dei diritti umani e dei diritti dei popoli (1981)elaborata dall’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) sostiene gli stessi concetti sottolineando il ruolo dei doveri umani e dell’etica comunitaria: “La promozione e la protezione della morale e dei valori tradizionali riconosciuti dalla comunità è un dovere dello stato” (art. 17 §3).

b. La posizione asiatica. Nel 1991 il governo di Singapore pubblica la nota sui Shared Values e nel 1993 quattro paesi asiatici (Singapore, Malesia, Taiwan e Cina) firmano la Dichiarazione di Bangkok ovviando un dibattito che è poi continuato alla conferenza mondiale sui diritti umani di Vienna (1993). Il nucleo dei due documenti è la critica al taglio individualistico dei diritti umani ed allo scarso peso che le culture orientali (in particolare il confucianesimo) hanno all’interno della dichiarazione universale. Secondo Jurgen Habermas (5) la critica si appunta su tre diverse direzioni:

Mette in discussione la priorità che in linea di principio i diritti hanno rispetto ai doveri;

Fa entrare in gioco una determinata gerarchia (di tipo comunitaristico) (6) tra i diritti dell’uomo;

Lamenta gli effetti negativi prodotti dalla coesione sociale da un ordinamento giuridico di taglio individualistico.

c. La posizione dei alcuni paesi islamici. Alcuni paesi, riferendosi alle sacre scritture dell’Islam, hanno cercato di giustificare la sistematica discriminazione nei confronti delle donne (ad esempio in Afghanistan), la persecuzione dei fedeli di altre religioni (Pakistan, Sudan, ecc.) e la condanna alla fustigazione ed alla mutilazione (Arabia Saudita). Questo processo porta, concretamente, alla istituzionalizzazione delle violazioni dei diritti umani. Spesso, tuttavia, nei confronti dell’Islam le posizione tendono a farsi preconcette e stereotipate, in particolare negli ultimi anni. (7)

Un tentativo di risposta alle tre obiezioni richiederebbe ben altro spazio rispetto alle pagine di questo breve intervento. Tuttavia è possibile indicare le direttrici del dibattito.

In primo luogo una constatazione: di certo la dichiarazione universale utilizza il linguaggio e la concezione giuridica della cultura occidentale. Ma da ciò non consegue, ovviamente, che le dottrine che ne stanno alla base abbiano una validità ristretta o limitata. Se la terminologia, scrive il Rapporto 1998 di Amnesty International, può essere specifica di una certa cultura, non lo sono certo i principi che essa esprime.

In secondo luogo va ribadito che nella dichiarazione universale i diritti sono inseriti in un contesto di gruppo o di comunità. L’art. 1. esordisce richiamando tutti ad “agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza” mentre l’art. 18 sancisce il diritto di libertà di pensiero, coscienza e religione “isolatamente o in comune”. Da ultimo occorrerebbe andare a rileggersi, nell’ottica dei diritti di solidarietà l’articolo 29 e gli articoli 22-26 (8) della Dichiarazione Universale del 1948. Dopo averli letti credo sia possibile sostenere che:

a. I diritti citati (diritti “sociali, economici e culturali” che postulano un dovere di solidarietà da parte della comunità) non sono rispettati per nulla neppure “a casa nostra”.

b. Le critiche “asiatiche” appaiono strumentali. Esse sono rivolte da una élite dominante al potere che per poter continuare a trarre massimo beneficio possibile dal mercato (in questo caso, chissà perché, va loro bene che sia occidentale, liberista, individualista, conflittuale, ecc.) devono comprimere al massimo le richieste di rispetto dei diritti sociali ed economici della popolazione sulla quale tiranneggiano.

Al riguardo possono aiutare due prese di posizione di intellettuali asiatici riportate dal Rapporto 1998 di Amnesty International (9) e la presa di posizione di alcune Organizzazioni Non Governative arabe. (10)

c. Le culture umane evolvono continuamente grazie all’interazione con le altre culture e nei percorsi di tale evoluzione pratiche ritenute parti essenziali di tali culture ma contrarie ai diritti umani possono essere messe in discussione e superate senza che con questo vengano abbandonati gli aspetti realmente salienti della cultura di appartenenza. È, il caso, ad esempio, della violenza sulle donne. In questo caso ciò che viene definito tradizione o cultura spesso nasconde pratiche che ne costringono o danneggiano l’esistenza. Come ha detto l’ex premier della Norvegia, Gro Harlem Bruntland, “la violenza contro le donne, anche quella domestica, può definirsi parte di un modello culturale nella maggior parte delle società, compresa la mia”. Ma non per questo è giustificabile. Come nel caso della mutilazione genitale femminile. (11)

6. Il nodo della democrazia planetaria

Il secondo nodo, come abbiamo visto, riguarda il rapporto tra diritti e politica nel tempo della globalizzazione. Seppure brevemente è necessario cioè accennare alla necessità di giungere ad una nuova organizzazione politica, ad un modello più coerente di gestione delle problematiche planetarie (fra queste l’economia, l’ambiente, la pace e, certamente, anche il rispetto dei diritti umani). Il processo di globalizzazione ha messo in evidenza sia il limite riferito agli stati nazionali ed alla loro gelosa difesa della sovranità nazionale che il limite connesso all’ONU così come concepito 50 anni fa.

Negli ultimi tempi, tuttavia, proprio su questo tema si sono accessi non solo aspri dibattiti teorici ma anche, purtroppo, concrete prese di posizione che hanno fatto da preludio ad interventi armati e “guerre umanitarie”. Secondo Danilo Zolo, ad esempio, la guerra umanitaria in Kossovo aveva fra le sue pretese proprio “la pretesa che la guerra moderna – sproporzionatamente e indiscriminatamente distruttiva di beni e vite umane – possa essere usata come strumento giuridico a tutela dei diritti dei membri della specie umana, riconosciuti come soggetti dell’ordinamento giuridico internazionale”. (12) E Ulrich Beck sostiene che che a paritre dal Kossovo “sta nascendo una politica postnazionale di umanesimo militare, di intervento di potenze transnazionali che si muovono per far rispettare i diritti umani oltre i limiti dei confini nazionali”. Da qui alla teoria ed alla pratica della “guerra preventiva” sostenuta da George Bush non ci passa molto.

E suona così come sinistro avvertimento il testo di Carl Schmitt (ripreso da Prohudhon) che fa da titolo al volume di Danilo Zolo: “Il termine umanità è uno strumento particolarmente adatto alle espansioni imperialistiche ed è, nella sua forma etico-umanitaria, un veicolo specifico dell’imperialismo economico. A questo proposito vale, pur con una modifica necessaria, una massima di Prohudhon: ‘chi dice umanità cerca di ingannarti ”.

E nella sua analisi critica Zolo si ricollega al nodo problematico che abbiamo sopra discusso sostenendo che “l’universalità dei diritti dell’uomo è un postulato razionalistico che non solo manca di conferme sul piano teorico, ma viene giustamente guardato con sospetto dalle culture non occidentali. Oltre vent’anni fa Hedley Bull aveva sostenuto con grande preveggenza che l’ideologia occidentale dell’intervento umanitario per la tutela dei diritti dell’uomo era in continuità lineare con la tradizione missionaria e colonizzatrice dell’Occidente”. (13)

Certo, la posizione di Zolo può apparire decisamente pessimista. Tuttavia il rischio che i diritti umani divengano il pretesto per dare il via a guerre umanitarie che hanno solo lo scopo di instaurare una nuovo ordine globale non è certo tesi infondata. E il dibattito sul ruolo dell’ONU e del Consiglio di sicurezza in rapporto alla Nato o a singole potenze che si ergono a paladini dei diritti e/o della guerra contro il terrorismo richiama, ancora una volta, il dibattito sul ruolo che l’Onu può e/o deve avere in vista della costituzione di una democrazia panumana (per usare un termine caro ad Antonio Papisca) o cosmopolita. (14) Si tratta di un nodo altamente problematico che tocca questioni di sovranità, legittimità, […] che ben possono essere riassunte nella battuta di chi sostiene che “poiché gli Stati Uniti esercitano il potere sul resto del mondo, il resto del mondo avrebbe il diritto di votare in occasione delle elezioni presidenziali americane”. (15)

Il rischio che si intravede è allora quello di superpotenze che, per garantire la “stabilità egemonica globale” fondata su un iniquo dis-ordine globale, l’uso della forza viene pianificato, giustificato ed attuato dalle potenze occidentali nei confronti delle periferie del mondo. Una aggressività militare che trova nella guerra umanitaria (e nella successiva teoria degli aiuti umanitari) la propria nuova illusione. (16) Illusione che ha come corollario l’emarginazione delle Nazioni Unite, la sovversione del diritto internazionale, la strumentalizzazione dei diritti dell’uomo.

Qui sta la sfida dell’oggi. Sfida educativa (17) e politica nel contempo. Sfida che è ben riassunta dal rapporto 2002 dell’UNDP che, emblematicamente, si intitola “La qualità della democrazia”. (18)

(Di Aluisi Tosolini)


(1) Anche se a volte, purtroppo, può persino accadere che chi scrive le riforme sbagli a citare proprio l’articolo 3 della Costituzione. Si veda, ad esempio, l’allegato al DM 100/2002 (Sperimentazione delle riforma Moratti) contenente le “Indicazioni nazionali per i Piani di Studio Personalizzati nella Scuola Primaria” dove, per spiegare le ragioni per cui la scuola elementare deve chiamarsi primaria, il documento scrive: “La terza [ragione, ndr] è sociale. Essa assicura obbligatoriamente a tutti i fanciulli le condizioni culturali, relazionali, didattiche e organizzative idonee a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» che limitando di fatto la libertà e la giustizia dei cittadini, «impediscono il pieno sviluppo della persona umana» indipendentemente dal sesso, dalla razza, dalla lingua, dalla religione, dalle opinioni politiche e dalle condizioni personali e sociali (art. 3 della Costituzione). Senza quest’opera di decondizionamento che la Scuola Primaria è chiamata a svolgere sarebbero largamente pregiudicati i traguardi della giustizia e dell’integrazione sociale.”. Come si può notare dalla citazione dell’art. 3 è sparita la parola uguaglianza, sostituita dalla parola giustizia. E che non si tratti di un mero errore materiale lo si può facilmente dedurre dal fatto che proprio quell’inciso è stato messo fuori dalle virgolette che racchiudono il testo dell’art. 3.

(2) Per un percorso più completo si vedano i seguenti volumi: G. Gilberti, Diritti umani. Un percorso storico, Torino, Thema, 1993; I. Vegnano, I diritti umani. Raccolta di documenti delle organizzazioni internazionali, Torino, EGA, 1998. A livello didattico si consiglia (anche a motivo della completezza documentale e della facilità di utilizzo) il percorso “Diritti Umani” in A. Tosolini, PP. Eramo, P. Giani, Percorsi interculturali, Torino, Centro interculturale, 2000. Il Cd-Rom è anche diffuso come allegato al volume: D. Rigallo – D. Sasso, Parole di Babele, Torino, Loescher, 2002.

(3) Il documento dell’Organizzazione della Conferenza Islamica Dichiarazione del Cairo dei diritti dell’uomo nell’islam, approvato e adottato al Cairo il 5 agosto 1990 dalla XIX Conferenza Islamica dei ministri degli Affari Esteri è stato originariamente pubblicato con il titolo “I’lan al Quahira ‘an huquq al-insan fi-l-islam” in Huquq al-insan ak-‘arabi, 24 dicembre 1990, pp.161-66

(4) C. Ake, The african context of Human Rights, in Africa Today, 34, 1975)

(5) J. HABERMAS, L’inclusione dell’altro. Studi di teoria politica, Milano, Feltrinelli 1998.

(6) Al riguardo si veda: J. HABERMAS – R. TAYLOR, Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento, Milano, Feltrinelli, 1998.

(7) Al riguardo credo doveroso richiamare lo studio di JOSEPH SCHACHT, Introduzione al diritto musulmano, Torino, Edizioni della Fondazione Giovanni Agnelli, 1995. Il volume, molto tecnico, presenta una delle più autorevoli ed esaurienti monografie contemporanee sulle problematiche del diritto islamico e ricostruisce l’evoluzione del diritto all’interno della tradizione ortodossa sunnita, collegandone lo sviluppo all’evoluzione della società islamica nel suo complesso. Un testo da conoscere.

(8) Art. 22. Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale. Egli può esigere la realizzazione, attraverso sforzi nazionali e la cooperazione internazionale e tenuto conto dell’organizzazione e delle risorse di ogni stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità e al libero sviluppo della sua personalità.

Art. 23. [1.] Ognuno diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione. [2.] Ogni individuo ha diritto a una retribuzione uguale per un lavoro uguale, senza alcuna discriminazione. [3.] Ogni individuo che lavora ha diritto a una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui e alla sua famiglia una esistenza conforme alla esistenza umana, usufruendo anche, se necessario, di altri mezzi di protezione sociale. [4.] Chiunque ha diritto di fondare con altri un sindacato e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Art. 24. Ogni individuo ha diritto al riposto e allo svago e segnatamente a una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e a ferie periodiche retribuite.

Art. 25. [1.] Ognuno ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario , all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ognuno ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia e in ogni altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla propria volontà. [2.] La maternità e l’infanzia hanno diritto a speciali cure e assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.

Art. 26. [1.] Ogni individuo ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda l’insegnamento elementare e fondamentale. L’istruzione elementare è obbligatoria. L’istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l’istruzione superiore deve essere ugualmente accessibile a tutti, sulla base del merito. [2.] L’istruzione deve mirare al pieno sviluppo della personalità umana e al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza e l’amicizia fra tutte le nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’attività delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace. [3.] I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del tipo di istruzione da impartire ai loro figli.

Art. 29. [1.] Ognuno ha doveri nei confronti della comunità, solo nella quale è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità. [2.] Nell’esercizio dei suoi diritti e libertà, ognuno può essere sottoposto soltanto alle limitazioni stabilite dalla legge e dirette ad assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri, e a soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica. [3.] Questi diritti e queste libertà non possono essere esercitati, in alcun caso, in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.

(9) Dal Rapporto 1998 di Amnesty International (): “Le argomentazioni sulla particolarità delle culture e delle tradizioni spesso mascherano interessi politici ed economici. Così si è espresso un commentatore asiatico: “Ciò che rende possibile immaginare una visione asiatica dei diritti umani è il fatto che l’attenzione internazionale è orientata sulla visione di un particolare gruppo sociale – le élite di governo. Queste élite sono unite dall’identica nozione di potere e dagli interessi del loro governo. Le loro opinioni sui diritti umani, pubblicamente espresse, derivano dalla necessità di giustificare l’autoritarismo e l’occasionale repressione” (pag. 33). Come ha scritto Daw Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione birmana, nel suo libro Freedon from Fear (Libertà dalla paura), “per il popolo birmano è difficile capire come uno qualsiasi dei diritti contenuti nei 30 articoli della Dichiarazione Universale dei diritti umani possa non essere considerato morale e positivo. Il fatto che la Dichiarazione non sia stata scritta in Myanmar è, per i birmani, una ragione quanto meno insufficiente per rifiutarne l’applicazione. Se si nega la validità delle idee e delle credenze al di fuori delle aree geografiche e delle culture che le hanno generate, il buddismo sarebbe confinato all’India settentrionale, il cristianesimo sarebbe limitato a una stretta porzione di territorio mediorientale, così come l’Islam sopravviverebbe nella sola Arabia Saudita” (pp. 34-35).

(10) “Si rileva che vari paesi hanno usato la scusa della peculiarità della cultura e della sovranità nazionale per impedire il riscontro internazionale dell’applicazione degli strumenti normativi in materia di diritti e libertà basilari. Noi ci opponiamo a tale tipo di approccio se viene usato per negare i diritti fondamentali o per portare alla loro abrogazione” (Vienna 1993).

(11) Si veda al riguardo la Dichiarazione dell’organizzazione mondiale della sanità, dell’UNICEF e del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione sulla mutilazione genitale femminile (1996): “È inaccettabile che la comunità internazionale, in nome di una visione distorta del multiculturalismo, rimanga passiva di fronte alla mutilazione genitale femminile. La cultura non è statica ma in costante e continuo mutamento, si adatta e si riforma. I popoli cambieranno i loro comportamenti quando comprenderanno i rischi e l’indegnità di tali pratiche senza rinunciare agli aspetti più significativi della loro cultura”

(12) D. ZOLO, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Torino, Einaudi, 2000, pag. 24. Dello stesso autore si veda anche il volume Cosmopolis. La prospettiva del governo mondiale, Milano, Feltrinelli, 1995

(13) D. ZOLO, Chi dice umanità, op. cit. pag 110.

(14) Un ottimo volume che riassume la problematica dei diritti dell’uomo ed offre il “menù” dei nodi presenti e futuri con particolare attenzione alla riforma dell’ONU è: D. ARCHIBUGI – D. BEETHAM, Diritti umani e democrazia cosmopolita, Milano Feltrinelli, 1998 (ottima la bibliografia ragionata). Si veda inoltre il classico: A. CASSESE, I diritti umani nel mondo contemporaneo, Roma-Bari-Laterza,1994.

(15) La battuta è citata sia da R. DAHRENDORF (Nel mondo senza nazioni la vecchia democrazia perderà, in La Repubblica, 26.01.2000) che da C. FORMENTI a proposito di nuove tecnologie e monopoli tecnologici (“Mercanti di futuro” , Torino, Einaudi, 2002)

(16) Al riguardo si veda: M. DERIU, A. TOSOLINI, R. CAVALIERI et alia, L’illusione umanitaria, Bologna, EMI, 2001.

(17) Sull’ONU mi permetto di indicare una pubblicazione (Conoscere l’Onu. Manuale sulle Nazioni Unite) rivolta espressamente alle scuole e pubblicata in occasione del 50° delle Nazioni Unite sotto il patrocinio del Comitato Nazionale per le Celebrazioni dei 50 anni dell’ONU. Si tratta della traduzione dall’inglese di un agile volume a schede adattato per l’Italia con la consulenza scientifica di Antonio Papisca e Aluisi Tosolini e diffuso dal Coordinamento Enti Locali per la Pace di Perugia.

(18) UNDP, La qualità della democrazia, Torino, Rosenberg & Sellier, 2002.

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